Andare a Messa alla fine del Dugento

Messa medievale adorazione dell'Ostia

Bonvesìn de la Riva (1240 c.-1315 c.) fu un grande scrittore e poeta del medioevo milanese. Oggi è ricordato soprattutto per il Libro delle tre scritture (1274 c.), un poemetto scritto in volgare lombardo, nel quale, anticipando la struttura della Commedia dantesca, descrive le pene dell’inferno (nella scrittura negra), la redenzione del Calvario (nella rossa) e le gioie del Paradiso (nella dorata).

Frate terziario dell’Ordine degli Umiliati, Bonvesìn si guadagnava da vivere insegnando, tant’è che nel suo testamento si definì: «doctor gramaticae». Legata a questa sua occupazione è la scrittura del De vita scholastica, un componimento in latino, in distici elegiaci, col quale il maestro volle trasmettere ai suoi discepoli i precetti fondamentali della vita, indicando loro le cinque chiavi della sapienza – Timor Domini, Honor magistri, Assiduitas legendi, Frequens interrogatio, Memoria retinendi – e i modi per entrarne in possesso.

Di grande interesse è la sua descrizione del comportamento da tenere a Messa, contenuta nella prima parte del libro. Oltre a molte cose a noi familiari e a qualche gustosa curiosità, vi troviamo riflessa la concezione di partecipazione dell’epoca, tutta volta alla contemplazione del Mistero. Ecco questo vivido quadro di vita medievale, nella traduzione di Enrico Cattaneo:

«Quando ne hai tempo, vai spesso ad ascoltare le Messe, per vedere Cristo nato dalla Vergine madre e, vedendolo, con piena fede adorarlo devoto e a Lui raccomandare te e la famiglia tua. Ricevi alla fine dalla mano del sacerdote la benedizione. Quel giorno, credimi, te ne starai più sicuro. […]

Asperso con l’acqua santa, segnato nel nome Trino, bada di entrar, con rispetto al Signore, nel tempio del Signore. Copriti il capo, evita di entrar dissipato: devoto, tacito, vai dentro come si deve. Davanti all’altare, reverente genufletti e adora: “Per primo cercate il regno di Dio”, ha detto Gesù. Se vuoi ascoltare la sacra ufficiatura, sta fermo, prenditi un posto da cui con rossore non abbia ad esser rimosso; stattene quieto, intento alle parole divine e, in silenzio, nei tempi opportuni alzati o siediti. Mentre l’Officio si compie, fai a meno di muoverti in giro o di volgere in qua e in là gli occhi distratti. Se sputi, o emetti dal corpo qualcosa di ripugnante, con garbo mettici sopra il piede, se il luogo lo permette. Quando si legge il tratto del santo Vangelo, scopriti il capo, fatti in fronte le croci d’uso. Attento porgi l’orecchio alla parola che salva e infine siano rese grazie al Signore Iddio. Se odi il nome della Vergine, onoralo con reverenza; questa parola: “Maria” ti suoni dolce all’orecchio. Se il sacerdote canta il nome di Gesù Cristo, fletti la testa e fai con reverenza lo stesso. Quando l’ostia s’innalza per mano del sacerdote, quell’ostia è divenuta perfetto Dio ed uomo. Allora fletti i ginocchi, togli dal capo il cappuccio, devotamente bisbiglia i quattro versi seguenti: “Ave, corpo di Cristo, dalla santa Vergine nato, viva carne, divinità perfetta, vero uomo; salve vera salvezza, via, vita, redenzione del mondo, ci liberi la tua destra da tutti quanti i mali”.

Quando innalza il calice, trattieni tra le mani giunte il cuore e proferisci i versi che sono qui sotto scritti: “Ave, sangue di Cristo, santissima bevanda del cielo, onda che dà salute, che lava i nostri peccati! Ave, sangue, sgorgato dal petto ferito di Cristo pendente in Croce, onda che salva, ave!”. Quando col capo scoperto, ricevi il bacio di pace offri pulite al vicino la bocca ed anche la guancia e di’: “La pace sia teco”: e, lieto, non disdegnare il bacio per Cristo del vecchio o del poveretto. Imita quello che fanno gli altri fedeli saggi, cerca di farti maestra la vita buona del popolo. Ricevi alla fine dalla mano del sacerdote la benedizione a capo scoperto, piegate ambedue le ginocchia. Se qualcosa offri al prete o sopra l’altare, fallo con animo retto e compilo con reverenza».

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