ASCOSO TRA I SACRI VELI [prima parte]

Da oggi, comincia la pubblicazione – in tre parti – dell’interessantissimo saggio del nostro socio Luigi Martinelli, intitolato: Ascoso tra i sacri veli. Svelare velando il mistero di Dio. Come si evince dal titolo, lo studio approfondisce il tema dell’utilizzo dei veli nella storia della liturgia. Buona lettura.

«Dove sono condotto? Dove si dirige il mio indocile carme?

Fermati, o voce temeraria, sulle mie labbra chiuse,

smetti di svelare ciò che non è lecito vedere con gli occhi!»

Paolo Silenziario1

Nel piccolo borgo di Pilzone d’Iseo, in provincia di Brescia, nel bel mezzo del tessuto medievale dell’abitato che dalle rive del lago Sebino si arrampica sulla ripida collina morenica, si erge una piccola chiesa edificata sotto il patrocinio di Maria Addolorata e dell’Apostolo Tommaso. Sicuramente fu la prima edificata a Pilzone come testimoniano le fonti storiche. In origine doveva essere un gioiello dell’architettura romanica tuttavia, nel corso dei secoli, l’intero il complesso venne alterato, e nuovi assetti e stili sostituirono i precedenti.

1. tommaso1

L’elemento più antico in essa conservato, secondo opinioni attendibili risalente al XIII secolo, è l’affresco dipinto sulla parete di fondo dell’altare rivolto ad orientem, in una nicchia, raffigurante la «Mater dolorosa» che piange il figlio morto, il cui corpo è abbandonato sulle sue ginocchia. Sopra l’effige della «Pietà» è collocato il più recente dipinto, olio su tela, raffigurante l’«Incredulità di Tommaso». Il tutto è incorniciato da una soasa a stucco che presenta sobrie e contenute forme geometriche nelle quali sono inseriti pochi elementi decorativi, come file ordinate di foglie d’acanto, completati, sui lati, da due angeli-cariatidi in altorilievo, sulle angolature da due putti semisdraiati a tutto tondo che costituiscono gli unici elementi aggettanti, e sulla cimasa, da un cherubino osservante tutto e tutti2. Si farebbe peccato di omissione a non menzionare gli altri tesori custoditi in questa cappella, come gli affreschi delle pareti laterali della navata rappresentanti Madonne e Santi databili tra il XIV ed il XVII secolo ed il finissimo medaglione del paliotto dell’altare fantoniano. Ma l’elemento che vorrei indagare come punto di partenza per una riflessione più ampia sul senso del sacro e del mistero nella storia religiosa, è un dettaglio, una decorazione, un ornamento che, per quanto sia di fattura recente, rimanda ad una tradizione antica.

Sulla parete di fondo dell’altare, la soasa che circonda la «Pietà», è a sua volta incorniciata a destra e a sinistra da una decorazione trompe l’oeil alta quasi sei metri, raffigurante un tendaggio rosso ocra, bordato in giallo, su uno sfondo bruno scuro risalente al XVIII secolo3. È una sorta di sipario, spinto da parte, ancora annodato, che in forma decorativa inquadra l’immagine. Un elemento che ricorre spesso nelle primitive immagini cristiane della Madonna e dei Santi.

2. tommaso5

L’immagine di queste tende discende dal cerimoniale di corte bizantino, così come Costantino le utilizzava. Già i predecessori di questo imperatore non seguivano più il modello fondamentale del principato augusteo e repubblicano, ma avevano assunto lo stile di governo e l’immagine di sé dei grandi re orientali – il principe era divenuto Basileus. Così di tutte le cerimonie di cui si circondava l’imperatore la più importante era la «epifania» imperiale, ossia l’apparizione dell’imperatore davanti alla corte in tutto lo splendore della sua sovranità. L’imperatore e la sua famiglia si riunivano dietro ad una tenda in vesti ornate di pietre preziose; la corte rimaneva in attesa nell’aula del palazzo. Quando il sipario si apriva e lo sguardo poteva cadere sull’imperatore, la corte lo acclamava e si abbassava nella proskynesis4. Questo velamento/svelamento indirizzava psicologicamente e spiritualmente l’attesa, l’attenzione, l’interesse e l’attrazione degli astanti verso ciò che era celato, ed una volta scoperto si poteva ammirare, in una visione che doveva sembrare divina, la magnificenza dell’imperatore, con la sua conseguente adorazione5. Questa cerimonia è uno dei nuclei rituali da cui si è sviluppata l’adorazione in ginocchio nella liturgia cristiana. L’inginocchiarsi indica e accompagna i momenti dell’epifania divina all’interno della liturgia, Costantino e i vescovi del suo tempo hanno aggiunto il cerimoniale dell’epifania nella liturgia perché essi sapevano che l’intera liturgia è l’epifania di Cristo. L’associazione della scena dell’epifania imperiale con l’immagine del tabernacolo aperto le cui tendine sono tirate ai lati, dal quale è stato preso il ciborium, a cui è stato tolto il velo, e davanti al quale la comunità prega in ginocchio, s’impone da sé6.

Nell’ambito della liturgia cristiana l’uso di questi veli, e del meccanismo dello svelamento, è sempre stato funzionale a concretizzare e trasmettere il senso del sacro. Il Beato cardinale John Henry Newmann ci conferma che il senso del sacro ed il senso di timore ad esso collegato sono sentimenti pienamente cristiani, di grande utilità per la maturazione spirituale dell’anima:

Nessuno può ragionevolmente dubitarne. Sono i sentimenti che palpiterebbero in noi, e con forte intensità, se avessimo la visione della Maestà di Dio. Sono i sentimenti che proveremmo se ci rendessimo conto della sua presenza. Nella misura in cui crediamo che Dio è presente, dobbiamo avvertirli. Se non li avvertiamo, è perché non percepiamo, non crediamo che egli è presente7.

Dunque la via onorata nei secoli per indicare la presenza del sacro ed il dono del timore, è stata quella di stendere il velo sui misteri di Dio. L’istinto di nascondere il sacro o di nascondersi da esso ha profonde radici nella Sacra Scrittura. Pensiamo al profeta Isaia che si stupisce di essere stato ammesso alla visione del Signore assiso sul trono (Is, 6,5), e teme per la sua vita, perché nemmeno al coro angelico dei Serafini che stavano al cospetto di Dio e lo acclamavano e servivano fedelmente era permesso vedere il Suo volto, e infatti con due delle sei ali di cui erano dotati si coprivano gli occhi. È così potente la gloria di Dio, che soltanto dietro a un velo le creature possono sostenere la Sua presenza. Ciò è ancora più esplicito negli incontri tra il Signore ed il patriarca Mosè. Un giorno Dio manifestò la sua Presenza a Mosè in forma di «fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto» (Es. 3,2) e «Mosè si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio» (Es. 3,6). Tuttavia Mosè, in un episodio successivo, chiederà a Dio di vedere il Suo volto. Ma Dio gli rispose: «Tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo» (Es. 33, 20). Dio aggiunse come concessione alla richiesta di Mosè: «Ecco un luogo vicino a me. Tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano, finché non sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere» (Es. 33,21-23). Durante i quarant’anni in cui il popolo d’Israele dovette viaggiare attraverso il deserto, prima di giungere alla Terra Promessa, Mosè ebbe ordine da Dio di costruire un grande tabernacolo trasportabile rivestito di materiali pregiati. Dentro al tabernacolo vi era l’Arca Santa, che stava dietro ad una grande tenda preziosa, tutta ricamata: «Farai il velo di porpora viola, di porpora rossa, di scarlatto […] Lo appenderai a quattro colonne di acacia, rivestite d’oro […] Collocherai il velo sotto le fibbie e là, nell’interno oltre il velo, introdurrai l’arca della Testimonianza. Il velo sarà per voi la separazione tra il Santo e il Santo dei santi» (Es. 26, 31-33). Giunti nella terra promessa, gli ebrei rinunciarono alla tenda mobile in favore di un tempio permanente a Gerusalemme. Anche in questo caso l’Arca dell’Alleanza o il Santo dei Santi era sempre protetto da una cortina come segno di riverenza verso il mistero della Shechina, la presenza divina, e solo il sommo sacerdote, una volta all’anno e dopo uno speciale rito di purificazione, poteva oltrepassarla per compiere le cerimonie di espiazione dello Yom Kippur. Lo storico Giuseppe Flavio ci rammenta che allo spazio più sacro del tempio, quello più protetto e velato, erano associate le idee di paradiso terrestre e di «cielo», mentre alla navata del tempio (dove entravano solo i sacerdoti) era associata l’idea di «terra»8. Quando nel Vangelo leggiamo che alla morte di Cristo «il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo» (Mt. 27,51), significa che finalmente il cielo si è unito con la terra. Il velo era il rimando al peccato. Cristo si sacrifica sulla croce offrendosi come vittima perfetta affinché l’umanità sia riconciliata con il Padre. Compiuto il sacrificio del Figlio, il Padre lacera il velo. La giustizia di Dio è stata soddisfatta; il Paradiso è stato riaperto; i peccati saranno perdonati. Per migliaia di anni gli uomini cercarono, fra le cose create, una vittima per poter onorare Dio, in un modo degno della sua maestà infinita, al fine di ottenere il perdono dei peccati; ma questa vittima non la trovarono mai. Soltanto Gesù, immolato sulla croce, fu Vittima degnissima, d’infinito valore, capace di onorare convenientemente Dio. La morte di Cristo, dunque, strappa il velo che divide l’uomo da Dio.

A scanso di equivoci è tuttavia importante sottolineare che se lo storico velo del tempio si squarciò al momento della morte di Cristo, ciò non significa che il cristianesimo debba rinunciare all’escamotage della velazione da un punto di vista rituale, cultuale, simbolico, spirituale. Nella Lettera agli Ebrei, San Paolo scrive:

Fratelli, poiché abbiamo piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne, e poiché abbiamo un sacerdote grande nella casa di Dio, accostiamoci con cuore sincero. (Eb. 10,19-22)

Il teologo domenicano Michael Robert Carey interpreta questa citazione paolina rammentandoci che il Nuovo Testamento usa talvolta il velo come metafora, e in questo caso

sta per “il sangue di Gesù” e “la sua carne”, cioè l’umanità di Cristo. Poiché egli è il “sommo sacerdote” che liberamente entra nel santuario, noi pure possiamo entrarvi “per Cristo, con Cristo ed in Cristo”. […] Se il santuario è quel luogo sacro che contiene in modo speciale la reale presenza del Signore sull’altare e nel tabernacolo, e se il velo o la struttura velante attorno al sacrario rappresenta l’umanità di Cristo, come ci insegna la Lettera agli Ebrei; e se inoltre possiamo accedere alla presenza di Dio solo attraverso l’umanità di Cristo, allora la struttura velante è teologicamente necessaria. […] il velo del tempio, simbolo della nostra alienazione da Dio, è stato sostituito dal velo dell’umanità di Cristo, divenuta mediazione della nostra riconciliazione con Lui9.

È per questo motivo che nella storia del cristianesimo, con modalità, tempi e luoghi differenti, si sono predisposte diversificate strutture velanti o dissimulanti nella modalità di concepire la rappresentazione della divinità o lo spazio sacro. L’uso sapiente e controllato di questi elementi costituiva una vera e propria regia degli spazi rituali tesa a stimolare una percezione del sacro che prevedeva un più profondo coinvolgimento emotivo: un mistero ha bisogno di essere nascosto, in modo da acuire il nostro desiderio per la sua rivelazione10. Oltre alle radici giudaiche, nella ricerca delle origini della velazione nel culto cristiano, dobbiamo considerare che da un punto di vista storico i riti liturgici non si sono sviluppati in una sorta di limbo sacrale, ma hanno respirato l’atmosfera circostante: nel «mistero» celebrato dalla liturgia della Chiesa s’infiltrarono e furono «battezzati» anche gli elementi simbolici e rituali «pagani» dei cerimoniali di corte (come l’epifania imperiale di cui sopra) e dei culti misterici di Iside, di Eleusi, di Mitra e Attis nei quali il meccanismo velamento/svelamento giocava un ruolo fondamentale11.

In ambito cristiano l’altare è il punto di convergenza dell’intero complesso architettonico, il luogo più nobile, santo per eccellenza, uno spazio ierofanico, ove si compie il sacrificio della Messa attraverso il quale Dio si rende materialmente presente in mezzo alla comunità. Nei primi secoli del cristianesimo per sottolineare la santità dell’altare, questo – almeno nelle grandi chiese – era generalmente sormontato da un ciborio o baldacchino in materiale prezioso, poggiante su quattro colonne. Tra le colonne venivano spesso tirati quattro veli (tetravela) per nascondere l’altare al momento della consacrazione. In molte altre chiese paleocristiane, ove non era presente un ciborio, vi era una recinzione o delle barriere con dei pilastri e sormontanti da un peristilio (pergulae) dalle quali cadevano delle cortine (pannum, velum) per nascondere l’altare o il santuario agli occhi dei fedeli.

3. tommaso10

Fine prima parte – continua

NOTE:

1 FOBELLI, Maria Luigia, Un tempio per Giustiniano. Santa Sofia di Costantinopoli e la Descrizione di Paolo Silenziario, Viella, Roma, 2005, p. 81.

2 BELLINI, Giovanni, La Chiesa e le Chiese di Pilzone, in MORETTI, Antonio, GUARNERI, Flavio, (a cura di), Pilzone. Frammenti di storia, arte e devozione, Fondazione Civiltà Bresciana, Brescia, 1998, p. 111-112.

3 GUERINI, Nadia, Intervento di restauro di dipinti murali e stucchi. Chiesa di S.Tommaso, in MORETTI, Antonio, GUARNERI, Flavio, (a cura di), Pilzone. Frammenti di storia, arte e devozione, cit., p. 205-206.

4 Cfr. MOSEBACH, Martin, L’eresia dell’informe. La liturgia romana e il suo nemico, Cantagalli,, Siena, 2009, pp. 133-134.

5 Si vedano le descrizioni delle cerimonie della corte bizantina redatte nel X secolo dal Vescovo Liutprando da Cremona: LIUTPRANDO DI CREMONA, Italia e Bisanzio alle soglie dell’anno mille, (a cura di) OLDONI, Massimo, ARIATTA, Pierangelo, Jaca Book, Novara 1987, pp. 193-194; LIUTPRANDO DA CREMONA, Il libro delle cerimonie, (a cura di) PANASCIA, Marcello, Sellerio Editore, Palermo,1993, pp. 179-180.

6 MOSEBACH, Martin, L’eresia dell’informe, cit., p. 135.

7 NEWMAN, John Henry, Reverence, a Belief in God’s Presence, in ID., Parochial and Plain Sermons, V, Sermon 2, Westminster, 1967, pp. 21-22.

8 GIUSEPPE, Flavio, Antichità giudaiche, III:123.

9 CAREY, Michael, Robert, Veiling the Mysteries, «Sacred Architecture», 3 (2000), n. 1, winter, p. 25.

10 BACCI, Michele, Spazi di culto medievali e loro trasformazioni, in BOSELLI, Goffredo (a cura di), L’adeguamento liturgico. Identità e trasformazione delle chiese, Edizioni Quiqujon, 2013, Magnano, pp. 33-59.

11 Sul velamento nei rituali dei culti misterici si veda lo studio, pubblicato sulla rivista culturale dell’Università degli Studi di Udine, della prof.sa BASCHIROTTO, Silvia, Il velo, i misteri, i riti, in «Multiverso», n. 5 (2007), pp. 35-36; per approfondire la delicata questione dell’inculturazione tra culti misterici e riti cristiani rimando al discusso studio comparativo di CASEL, Odo, Liturgia come mistero, Medusa Edizioni, Milano, 2002.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...