ASCOSO TRA I SACRI VELI [terza parte]

Pubblichiamo l’ultima parte del saggio di Luigi Martinelli, Ascoso tra i sacri veli. Svelare velando il mistero di Dio.

Nelle chiese ad essere velati non erano solo i momenti rituali, le persone o i luoghi, ma anche gli oggetti. Ancora oggi, nella moderna liturgia, al numero 118 dell’Ordinamento Generale del Messale Romano, si legge: «il calice sia lodevolmente ricoperto da un velo, che può essere o del colore del giorno o bianco». Il velo in questo caso assume una duplice funzione: quella di celare e proteggere le cose sacre da azioni impure, dunque un simbolo dell’esigenza di purezza spirituale per avvicinarsi a Dio; e quella di rivelare, dunque i vasi sacri, quando non in uso, sono sempre velati per alludere alla ricchezza che vi si nasconde e per indicare che i sacri misteri vanno rivelati e svelati nel momento in cui si celebrano.

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Anche altri vasi sacri, come la pisside o la patena, in talune occasioni si coprono. La pisside contenente le ostie consacrate è coperta da un piccolo conopeo. La patena, nella solenne liturgia secondo forma straordinaria del rito romano, viene custodita sotto il velo omerale dal suddiacono che la pone davanti ai suoi occhi per il tempo che intercorre dall’Offertorio al Padre Nostro.

7.1. tommaso24

I veli venivano inoltre utilizzati in tempo di quaresima per ricoprire le croci, le statue o le immagini presenti nelle chiese. In alcuni luoghi questa pratica resiste ancora oggi. Senza dubbio tale prassi intendeva sottolineare i sentimenti di penitenza consoni al tempo liturgico. Dom Prosper Gueranger, abate di Solesmes, nella sua opera L’anno liturgico ricorda che tale consuetudine ben si accordava con le scritture che in questo tempo liturgico venivano proclamate. Dunque i fedeli, che in questi santi giorni entravano in chiesa ricevevano con immediatezza il senso degli eventi incombenti: la cerchia dei nemici che si stringe intorno al Signore, l’incomprensione e il tradimento degli Apostoli, la tristezza del cuore del Maestro e il suo «andarsene e nascondersi da loro» (Gv 12, 36). Con l’avvicinarsi del tempo della passione «la santa Chiesa manifesta i suoi dolorosi presentimenti velando anticipatamente l’immagine del divino Crocifisso […] Non si vedranno più le immagini dei Santi, perché è giusto che il servo si nasconda, quando si eclissa la gloria del Padrone»1. Dal IX secolo, presso alcune chiese, è attestata la pratica quaresimale di occultare completamente la visione del presbiterio per mezzo di un tendaggio, un grande velo dinanzi all’altare (noto in Germania come «panno della fame»), che veniva rimosso nella settimana santa, spesso con modalità di forte impatto drammatico: l’Ordinario della cattedrale di Reims narra che la cortina interposta tra coro e altare cadeva improvvisamente allorché nella messa del mercoledì Santo il diacono che leggeva la Passione pronunciava le parole: «Velum templi scissum est»2. Storicamente questa usanza è da ricondurre all’antica pratica della penitenza pubblica, a norma della quale i penitenti erano ritualmente espulsi dalla chiesa all’inizio della Quaresima. Quando i riti legati alla penitenza pubblica decaddero e tutti i fedeli, con l’imposizione delle ceneri, vennero considerati messi spiritualmente in penitenza, non fu più possibile espellerli in massa dalla chiesa come un tempo, dunque si scelse di separarli con dei veli dalla visione beatifica e salvifica del santuario, della croce, dei santi3.

8. tommaso38

Nel discorso teologico si parla di veli in riferimento ai sacramenti, per cui noi ora vediamo sensibilmente dei simboli, delle realtà materiali e terrene, dette misteri, che sono come dei veli al di là dei quali si cela un’altra realtà, quella spirituale e divina, ma che siamo impossibilitati a scorgere a causa della nostra condizione di peccatori. In tal senso secondo Agostino il segno sacramentale «è quella cosa che oltre all’immagine visibile ai sensi fa venire in mente un’altra cosa diversa da sé», concetto ripreso ed approfondito da successivi teologi come Isidoro di Siviglia il quale afferma che nel sacramento «sotto il velo di identità corporee, la potenza divina opera segretamente»4. Nell’Eucaristia il vero Corpo di Gesù e il suo vero Sangue sono nascosti sotto il velo delle specie del pane e del vino. San Tommaso d’Aquino, nell’inno eucaristico «Adoro Te, devote» prega così: «Gesù, che ora guardo velato (cioè nascosto sotto i segni del pane e del vino) ti prego che venga accolto il mio assetato desiderio: che contemplando il tuo volto svelato (senza velo, faccia a faccia) sia colmo di gioia nella tua gloria». In questa nostra vita umana peregrinante, sospesi tra le tenebre e la luce, tra la terra e il cielo, i segni, i simboli, il velamento, ci rendono in qualche modo tangibile e visibile la realtà divina invisibile. Siccome ancora non possiamo comprendere chiaramente e pienamente il mistero di Dio e i misteri della fede, i sacramenti sono un appoggio, un aiuto, perché ci confermano sensibilmente quella fede che è puramente spirituale, in attesa che vengano i tempi della Gloria, cioè quando potremmo contemplare totalmente ed integralmente senza filtri la realtà divina5. Dionigi l’Areopagita afferma che i veli «nascondono lo spirituale nell’universo sensibile, e il sovra terreno nel terreno, che conferiscono forma e immagine a ciò che non ha né forma né immagine», ma «il giorno verrà che, essendo divenuti incorruttibili e immortali e avendo raggiunto la pace beata accanto a Cristo, saremo, come dice la Scrittura, presso il Signore (I Tess. 4, 17) tutti pieni di contemplazione per la sua apparizione visibile»6. Ciò accadrà quando verranno i tempi predetti dall’Apocalisse, in cui saranno aperti i sigilli ed ogni velo sarà definitivamente tolto. Il sostantivo greco apokàlypsis significa appunto scoprimento, svelamento. Come recita il Dies Irae, «ogni cosa nascosta sarà svelata» quando l’Eterno Giudice tornerà per sconfiggere definitivamente il male. In quel tempo tutti i popoli saliranno al monte di Dio per essere giudicati ed «Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli, e la coltre distesa su tutte le nazioni» (Is. 25, 7). E allora per coloro che saranno salvati tutte le cose verranno ricapitolate, l’intero universo trasformato, ci saranno cieli nuovi e terra nuova, e finalmente Dio sarà tutto in tutti.

Ai giorni nostri, oltre che in alcune forme liturgiche orientali, il meccanismo velamento/svelamento è particolarmente presente nella forma straordinaria del rito romano. Con grande efficacia, la cosiddetta liturgia tridentina o gregoriana, permette di sperimentare ancor più in profondità l’esperienza fisica e percettiva del sacro grazie alla sapiente disposizione delle chiavi dell’incomprensibilità e dell’inaccessibilità che, paradossalmente, rendono vivo, percepibile e palpabile il mistero. Così

la liturgia romana classica, come la maggior parte dei riti antichi delle religioni del mondo, sottrae allo sguardo oggetti, spazi e uomini, per poi esporli di nuovo alla vista. Si potrebbe definire la relazione rituale del nascondere e dello scoprire attraverso un paradosso: il rito antico svela velando7.

Questo approfondimento sull’uso della velazione nella ritualità cristiana non intende incoraggiare una sua odierna reintroduzione secondo la logica di uno sterile archeologismo romantico, ma vuole trarne alcuni insegnamenti. Anche se fisicamente questi elementi non sono più presenti nelle chiese e nei riti contemporanei è salutare per l’anima ricordare come attraverso di essi i nostri antenati concepivano e vivevano la preghiera, la partecipazione alla liturgia, il rispetto nei confronti delle cose sacre di Dio e della Chiesa, la testimonianza e la pratica della religione in rapporto al cosmo. È dunque auspicabile in una tale prospettiva comprendere, recuperare e per quanto possibile mantenere queste antiche e venerabili disposizioni interiori al fine di vivere la nostra partecipazione alla sacra liturgia, con maggior coinvolgimento spirituale, efficacia, fiducia, intensità, riverenza, timor di Dio, stupore e ammirazione, per arrivare a penetrare sempre più in profondità il mistero della fede.

Ma torniamo ora all’austerità, all’intimità e al silenzio che avvolgono la navata del piccolo oratorio di Pilzone. Siamo ritti di fronte all’altare. Immaginiamo che il tendaggio dipinto sia chiuso e che all’improvviso una forza invisibile lo apra e lo scosti a destra e a sinistra. Il mistero viene svelato.

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Il Dio incarnato si è appena sacrificato per strapparci dalle tenebre del peccato ed è coricato esanime sulle ginocchia della Madre sua. Oltre i veli si manifesta una scena drammatica e straziante, ma allo stesso tempo composta e regale. Un’icona. Un’epifania.

Un’epifania mariana.

È evidente il dolore di Maria. La Liturgia adatta alla Vergine dolorosa il passo delle Lamentazioni: «O voi tutti che passate per via, fermatevi e vedete se c’è un dolore simile al mio dolore» (Lam 1, 12); quasi a dirci che non c’è mai stato un dolore come quello. Tuttavia ella non cade nella disperazione, non può, perché si associa con animo materno al sacrificio di Gesù: «amorevolmente consenziente all’immolazione della vittima da lei generata»8. La veneranda antifona al Magnificat della solennità della presentazione del Signore al Tempio recita: «Quem genuit adoravit». Si, ciò che ha generato lo ha adorato, per tutta la vita: dalla mangiatoia alla croce. Anche in questa tragica ora in cui Cristo è stato deposto dalla croce, Maria adora il proprio Figlio adagiato come un bambino sulle sue ginocchia. Lo contempla, lo medita e con uno sguardo magnetico e penetrante si rivolge a noi e ci chiama ad unirci, non tanto al suo dolore, ma all’adorazione del Redentore che non è morto invano, ma si è immolato per la nostra salvezza, affinché i nostri peccati siano cancellati e ci sia finalmente restituita l’opportunità di varcare la soglia del Regno celeste del Padre Eterno per godere della felicità suprema.

Un’epifania eucaristica.

Maria è il Calice corporeo che sin dall’inizio ha custodito il Sangue di Gesù nel suo grembo Vergine. Maria è il Calice che alla fine, ai piedi della Croce, ha raccolto nel suo cuore il sangue che zampillava dalle ferite del Figlio, che impregnava il legno della Croce e scorreva fino ad irrorare il Golgotha e da lì tutta la terra.

Maria è l’Ostensorio perché tra le sue braccia immacolate accoglie come su di un trono l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo, e lo mostra, lo ostende, al mondo intero affinché tutti possano riconoscerlo, lodarlo, ringraziarlo, adorarlo e impetrarlo per essere redenti.

Maria è il Corporale sul quale è adagiato il Corpo di Cristo. La vesta bianca, candida e immacolata della Madre, accoglie e sostiene il corpo sanguinante del Figlio proprio come il corporale sull’altare accoglie e sostiene l’ostia transunstanziata.

Dal suo vergine grembo è uscito il Salvatore e presso quel vergine grembo è tornato il Redentore.

Maria è Foederis Arca, il Tabernacolo del Signore!

Un’epifania ecclesiale.

Con le braccia spalancate Maria si apre e vuole condividere con ogni essere umano il tesoro che ha ricevuto, il mistero di cui è stata testimone. Ci invita a stringerci intorno a Gesù per conoscerlo e adorarlo. Con le braccia spalancate, e con l’espressione dello sguardo fissa su di noi, Maria ci vuole dire che possiamo contare sulla sua intercessione: si farà tramite delle nostre grazie, ci aprirà l’accesso alla fonte di ogni bene poiché lei è la Porta del Cielo. Con le braccia spalancate, che smuovono e aprono il grande mantello viola, Maria si presenta a noi come Mater Ecclesiae con la missione di radunare i figli dispersi per proteggerli, accudirli e guidarli tra le infinite pieghe del suo manto protettivo.

La drammaticità dell’immagine interpella la nostra anima, non ci lascia indifferenti e i due patroni del tempio ci offrono alcune possibilità di interazione: incamminarci fiduciosi sulla via indicataci da Gesù per ottenere la salvezza dell’anima sull’esempio di Maria che obbedì con fede genuina, immediata e decisa alla chiamata del Signore; oppure inerpicarci su una via più tortuosa, ripida, lunga, ma la cui meta non delude, come Tommaso apostolo, che giunse alla pienezza della fede mediante l’uso della ragione: guardare, ascoltare, pensare, toccare.

Oltre i purpurei veli appare un’immagine viva con cui relazionarci. Anche se giace morto con il corpo segnato dalla passione sulle ginocchia della Vergine, Gesù è più vivo che mai e ci parla e ci affida, come aveva fatto poche ore prima sulla Croce con l’apostolo prediletto: «Donna ecco tuo Figlio», «Figlio ecco la tua madre» (Gv 19, 26-27). Ecco la nostra Madre, noi siamo suoi figli.

Oltre il velo: non siamo soli!

FINE

1 Cfr. GUERANGER, Prosper, L’anno liturgico, Edizioni Paoline, Roma.

2 RIGHETTI, Mario, Manuale di storia liturgica. II. L’anno liturgico. Il breviario, Ancora, Milano, 1946, pp. 127-128.

3 THURSTON, Herbert, Lent and Holy Week. Chapters on Catholic Observance and Ritual, Longmans Green, London, 1914, pp. 99 e ss.

4 ISIDORO DI SIVIGLIA, Etymologiae, 20, 6, 19-40.

5 SCORDATO, Cosimo, DI STEFANO, Sansalvatore, Il settenario sacramentale. Antologia di testi, Il pozzo di Giacobbe, Trapani, 2008.

6 DIONIGI L’AREOPAGITA, Nomi divini, 1,4.

7 MOSEBACH, Martin, L’eresia dell’informe, cit., p. 147.

8 CONCILIO VATICANO II, Lumen Gentium. Costituzione dogmatica sulla Chiesa, n. 58.

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