Benedetto XVI è stato un Papa rivoluzionario?

Foto LaPresse24-12-2012 Città del VaticanocronacaPapa Benedetto XVI celebra la messa della vigilia di Natale nella Basilica di San Pietro.Nella serata à anche stato inaugurato il presepePope Benedict XVI holds the pastoral staff as he celebrates the Christmas Eve Mass in St. Peter's Basilica at the Vatican, Monday, Dec. 24, 2012. Pope Benedict XVI marked Christmas Eve with Mass in St. Peter's Basilica and a pressing question: Will people find room in their hectic, technology-driven lives for children, the poor and God? The pontiff also prayed that Israelis and Palestinians live in peace and freedom, and asked the faithful to pray for strife-torn Syria as well as Lebanon and Iraq.

Doveva essere il periodo del caso Vatileaks, dunque gli ultimi anni del papato ratzingeriano, quando in una delle tante trasmissioni televisive anticlericali che cavalcavano l’ondata di scandali che travolgevano la Chiesa di Roma, un ospite, giornalista e scrittore cattolico, se ne uscì con una frase: Benedetto XVI è un Papa rivoluzionario. Terminata l’affermazione, per qualche secondo calò nello studio un silenzio gelido, ma subito dopo divampò l’inferno. Gli altri ospiti si stracciarono le vesti, sbraitando e inveendo contro il povero scrittore cattolico reo di aver proferito parole indicibili. Lo attaccarono chiedendo conto di quale rivoluzione si fosse fatto araldo Ratzinger. Che cosa avesse fatto quel Papa di tanto speciale proprio non riuscivano a capirlo, a vederlo, a concretizzarlo. Al contrario sembrava loro che il «pastore tedesco» avesse provocato molti danni alla Chiesa, riportandola indietro in quei secoli che gli illuministi amano chiamare «bui». Lo scrittore, forse per timore o forse per non surriscaldare il clima bellicoso, fornì una risposta vaga, anzi si limitò a smorzare l’imbarazzo parlando delle norme antiriciclaggio dello IOR e di quelle antipedofilia. Certamente tali gesti sono importanti e necessari per ripulire la Chiesa dalla sporcizia morale dei suoi ministri, ad individuare e punire dei criminali, ma niente di eclatante, queste cose non bastano per fare una rivoluzione.

Di quale rivoluzione parlava il nostro scrittore? Era evidente che avrebbe voluto dire qualcosa di più. Dunque possiamo chiederci se e perché, al netto delle dimissioni, sia possibile affermare che Benedetto XVI è stato un Papa rivoluzionario.

Con la chiusura del concilio Vaticano II nel 1965 si è aperto per la Chiesa un tempo di speranza, di attesa e di rinnovamento ma anche di confusione, crisi e travaglio, in cui diverse ermeneutiche ed interpretazioni dei documenti conciliari si sono sovrapposte, confuse e scontrate. Talvolta il concilio è stato visto come un punto di rottura, tra una Chiesa prima e una Chiesa dopo, come una nuova alba o un tramonto, a seconda del punto di osservazione.

Dopo quasi mezzo secolo di turbolenze, un Romano Pontefice prende atto della gravità della situazione e decide di parlare schiettamente affrontando il problema di petto, chiamando le cose con il loro nome e piantando dei paletti. Che diverranno pilastri. Già i Papi precedenti avevano provveduto a chiarificare e ribadire la vera missione del concilio, pensiamo alle drammatiche parole di Paolo VI nell’immediato postconcilio o al magistero di Giovanni Paolo II impegnato a dare una efficace e corretta applicazione dei testi conciliari. Tuttavia Benedetto XVI con la sua autorità, non solo quella del ministero petrino, ma anche quella del teologo e del pastore, decide di parlare forte e chiaro, enunciando limpidamente che il concilio non può essere monopolizzato e polarizzato secondo un ermeneutica della discontinuità, di tendenza progressista, perché ciò reca danno alla Chiesa portandola a perdere gran parte dei suoi punti di riferimento che sono per lei come linfa vitale, consegnandola in tal modo ad un disorientamento permanente, tra sperimentazioni selvagge e fallimenti disastrosi. Pur dichiarando di volere proseguire l’attuazione del concilio, indicandone le luci, i meriti e i tesori, non ha avuto timore di denunciare anche le ombre e le manipolazioni. Così il Papa, nella sua veste di Maestro della Fede, vuole correre ai ripari indicandoci la via d’uscita, fornendoci il metro per misurare il concilio, le lenti per leggere i testi conciliari, la chiave per aprire la porta della giusta ermeneutica. Fondamentale in questo senso è l’ormai celebre discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, anno primo del suo pontificato. Un programma di governo. Un discorso monumentale. Un manifesto rivoluzionario contro il conformismo teologico e pastorale dominate che vuole secolarizzare la Chiesa. Il Papa condanna senza mezzi termini l’ermeneutica della rottura:

L’ermeneutica della discontinuità rischia di finire in una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare. Essa asserisce che i testi del Concilio come tali non sarebbero ancora la vera espressione dello spirito del Concilio. Sarebbero il risultato di compromessi nei quali, per raggiungere l’unanimità, si è dovuto ancora trascinarsi dietro e riconfermare molte cose vecchie ormai inutili. Non in questi compromessi, però, si rivelerebbe il vero spirito del Concilio, ma invece negli slanci verso il nuovo che sono sottesi ai testi: solo essi rappresenterebbero il vero spirito del Concilio, e partendo da essi e in conformità con essi bisognerebbe andare avanti. Proprio perché i testi rispecchierebbero solo in modo imperfetto il vero spirito del Concilio e la sua novità, sarebbe necessario andare coraggiosamente al di là dei testi, facendo spazio alla novità nella quale si esprimerebbe l’intenzione più profonda, sebbene ancora indistinta, del Concilio. In una parola: occorrerebbe seguire non i testi del Concilio, ma il suo spirito. In tal modo, ovviamente, rimane un vasto margine per la domanda su come allora si definisca questo spirito e, di conseguenza, si concede spazio ad ogni estrosità. Con ciò, però, si fraintende in radice la natura di un Concilio come tale1.

Secondo Benedetto XVI per contrastare questa fallace interpretazione è fondamentale riaffermare la corretta esegesi dei testi conciliari, ovvero quella della riforma nella continuità dell’unico soggetto Chiesa. Il concilio Vaticano II è in continuità con la tradizione cattolica, con il magistero precedente, e pur rappresentando un’istanza di rinnovamento e di aggiornamento per la missione della Chiesa nella società contemporanea, deve armonizzarsi con la storia della Chiesa: «rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino»2. Come ha ribadito in altre occasioni «è importante favorire nei sacerdoti, soprattutto nelle giovani generazioni, una corretta ricezione dei testi del Concilio Ecumenico Vaticano II, interpretati alla luce di tutto il bagaglio dottrinale della Chiesa»3.

Tale presa di posizione non è improvvisa, ma è maturata da un’analisi certosina durata anni, nelle esperienze dello studio, dell’insegnamento, del pastore, nel corso di una vita intera vissuta al servizio della Chiesa. È il pensiero di un uomo che il concilio l’ha vissuto dall’interno, in qualità di perito e consigliere teologico dell’Arcivescovo di Colonia, il cardinale Frings. E che già nel 1985 aveva affermato:

bisogna decisamente opporsi a questo schematismo di un prima e di un dopo nella storia della Chiesa, del tutto ingiustificato dagli stessi documenti del Vaticano II che non fanno che riaffermare la continuità del cattolicesimo. Non c’è una Chiesa “pre” o “post” conciliare: c’è una sola e unica Chiesa che cammina verso il Signore, approfondendo sempre di più e capendo sempre meglio il bagaglio di fede che Egli stesso le ha affidato. In questa storia non ci sono salti, non ci sono fratture, non c’è soluzione di continuità. Il Concilio non intendeva affatto introdurre una divisione del tempo della Chiesa4.

Benedetto XVI non si è limitato a pensare, scrivere e parlare su questo tema, ma ha provveduto a tradurre le idee nella pratica. Lo abbiamo notato nel corso del suo pontificato: tanti piccoli gesti, discreti, ma significativi. Azioni tese a ristabilire nella Chiesa di oggi un legame, un richiamo ed un’unità organica con la tradizione del passato. Mosse semplici, ma intense, improntate a «smacchiare il giaguaro», lo pseudoconcilio. Gesti anticonformisti, controcorrente, che inevitabilmente provocavano il prurito dei fautori della tendenza, allora e ancora oggi dominante, della discontinuità e della rottura.

Così come l’effimero spirito del concilio si manifestò dapprima e visibilmente nella riforma liturgica, ostaggio di repentine e talvolta violente innovazioni che resero la liturgia cattolica razionalistica e antropocentrica, allo stesso modo Benedetto XVI cominciò a riparare la Casa del Signore partendo proprio dalla liturgia, proponendo una «riforma della riforma» che, attingendo dal tesoro della tradizione, potesse restituire ordine, sacralità e bellezza ristabilendo la centralità di Cristo. Le liturgie pontificie dell’era Ratzinger sono state un esempio per tutti da imitare, un modello da seguire. E molti lo hanno seguito. In ambito liturgico un ulteriore passo fondamentale è stata la pubblicazione nel 2007 del motu proprio Summorum Pontificum che ha inteso accordare a tutti i pastori e al loro gregge la possibilità di celebrare la liturgia anteriore alla riforma liturgica postconciliare. Tale documento, oltre ad avere un’indubbia aspirazione ecumenica per riavvicinare i tradizionalisti vicini alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, deve essere intenso anche come un intervento di restaurazione liturgica, che persegue l’obiettivo di frenare la crisi che ha travolto la liturgia riformata:

in molti luoghi non si celebrava in modo fedele alle prescrizioni del nuovo Messale, ma esso addirittura veniva inteso come un’autorizzazione o perfino come un obbligo alla creatività, la quale portò spesso a deformazioni della Liturgia al limite del sopportabile. Parlo per esperienza, perché ho vissuto anch’io quel periodo con tutte le sue attese e confusioni. E ho visto quanto profondamente siano state ferite, dalle deformazioni arbitrarie della Liturgia, persone che erano totalmente radicate nella fede della Chiesa5.

Dunque il Summorum Pontificum ha promosso la convivenza del Vetus Ordo accanto al Novus Ordo nell’ottica del confronto e dell’arricchimento, nutrendo la speranza che anche nel «Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso»6.

Molti altri sono stati gli esempi di questa operazione di riequilibrio in diversi ambiti, dal gerarchico concetto di collegialità, al rispettoso ed equidistante dialogo con le altre religioni, all’ecumenismo con le altre chiese cristiane teso a ricercare l’unità nel rispetto dell’unica ed autentica fede. In tal senso è stata particolarmente significativa la costituzione apostolica Anglicanorum Coetibus.

Benedetto XVI ha rimesso al centro della missione della Chiesa l’annuncio senza compromessi della Verità contenuta nel deposito della fede che essa custodisce da duemila anni e che permette all’uomo di elevarsi dalla propria condizione di peccatore per incontrare Dio, redimersi e vivere nella gloria eterna. La Chiesa dovrebbe rappresentare una speranza per gli uomini oppressi e schiavi del peccato, dell’umanità corrotta, un’alternativa al principato di Satana su questo mondo, un faro luminoso che rischiara le tenebre. Se essa smarrisce questa vocazione, se dimentica il suo aspetto metafisico e trascendente, se spegne il faro, se sbriciola e frammenta la Verità salvifica di cui è depositaria, allora viene assorbita dal mondo e non serve più a nulla, riducendosi ad una grande associazione umanitaria che guarda solo in basso, in terra, dimenticando il Cielo. Nell’ottica cristiana la Verità non può prescindere dall’esercizio della carità, ma anche la carità non produce frutto se disgiunta dalla Verità. La corporeità dell’uomo, la materialità in cui vive, sono importanti, ma non sono tutto. La Chiesa deve occuparsi principalmente dell’anima dell’uomo, per strapparla al male e condurla al bene supremo. Se l’anima è con Dio, il corpo può trovarsi anche nelle condizioni più estreme, ma l’uomo non affonderà mai nella disperazione, perché avrà la forza di reagire e trasformare la sofferenza in uno strumento di redenzione, come la croce di Cristo.

In mezzo al mare in tempesta, il pescatore Ratzinger, ha virato la rotta della barca di Pietro per schivare le alte e schiumose onde che la spingevano pericolosamente al centro del vortice dei «volemose bbene», del relativismo, del lassismo morale e teologico, del sincretismo, dell’attivismo fine a se stesso, della confusione dei ruoli, dell’oblio della Verità. Non ha ordinato l’indietro tutta, ma ha virato, agendo sul timone quanto basta per correggere la rotta e non farsi travolgere dal vortice, per non affondare, riassettando l’equipaggio.

Tutto questo può essere chiamato rivoluzione? Quando Ratinger sale al soglio pontificio la situazione ecclesiale attraversa un momento critico. Nei decenni del postconcilio a vari livelli e in varie forme si era imposta nella Chiesa una specie di dittatura del relativismo, lo Spirito del concilio aveva offuscato il vero concilio, quello scritto nelle costituzioni conciliari. Generazioni intere di fedeli, preti e vescovi sono state allevate secondo un’immagine del concilio distorta, offuscata. In una situazione così compromessa, era necessaria una presa di posizione decisa e lui non si è tirato indietro.

Questa ‘rivoluzione’ è riuscita? Ha raggiunto i suoi obiettivi? L’ormai anziano Ratzinger si è solo limitato a seminare, a gettare le fondamenta, ad indicare la rotta; ma poi tocca ad ogni singolo componente della Chiesa del presente e del futuro raccogliere il testimone e continuare il viaggio. Sotto molti aspetti si può dire che il suo pontificato abbia aperto gli occhi a molti cattolici (ma anche non cattolici), giovani e vecchi, laici e preti, influenzando il loro percorso di fede, la loro opinione sulla vita della Chiesa, i loro progetti futuri. Anche Papa Francesco condivide l’approccio ratzingeriano sul tema delle ermeneutiche del concilio. Se ad una lettura superficiale la spontaneità e la semplicità dei gesti e delle parole di Papa Bergoglio possono essere interpretate nel senso di una rottura con la tradizione, in realtà egli stesso non ha alcuna intenzione di allontanarsi dalla dottrina tradizionale, come ha più volte affermato, ma vuole solamente innovare lo stile e il tono dell’annuncio, concentrandosi sull’essenzialità del messaggio cristiano. Nel 2013 l’arcivescovo Agostino Marchetto, ha pubblicato un importante studio dal titolo Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Per una sua corretta ermeneutica che riprende e sistematizza il pensiero di Ratzinger: «riforma nella continuità dell’unico soggetto Chiesa». Francesco, amico da anni di mons. Marchetto, lo ha definito «il migliore ermeneuta del Concilio Vaticano II». In tal senso possiamo dire che Francesco ha raccolto il testimone di Benedetto.

C’è ancora molto da fare per dissolvere il fumo di Satana che – come denunciava drammaticamente Paolo VI – da qualche fessura è entrato nella Chiesa. Ma, grazie anche al pontificato di Benedetto XVI, sappiamo quali sono le cattive strade che non dobbiamo percorrere. Pensando alla nostra vita cristiana nella Chiesa di oggi come ad un pellegrinaggio possiamo immaginare che i testi conciliari siano la bussola, il magistero dei Papi e dei vescovi siano la mappa, la tradizione dei nostri Padri sia la strada sulla quale camminiamo, la meta è la piena comunione e adesione a Gesù Cristo: Via, Verità e Vita.

Gli otto anni del breve pontificato di Ratzinger sono stati collegati da un filo coerente: così è iniziato e così è finito. Se all’inizio del pontificato ci ha messo subito in guardia dalle banalizzazioni dello spirito del concilio, anche poco prima di dimettersi dalla cattedra di Pietro Benedetto XVI ha voluto ribadire la questione. Il 15 febbraio 2013, pochi giorni dopo il concistoro delle dimissioni e poco prima di ritirarsi definitivamente dall’esercizio attivo del ministero petrino, si è rivolto ai parroci romani con un discorso memorabile, affermando che «il Concilio immediatamente efficiente arrivato al popolo, è stato quello dei media, non quello dei Padri»7. Un vero e proprio testamento spirituale.

Sicuramente la ‘rivoluzione’ ratzingeriana non è stata rumorosa, irruente, impetuosa, trascinante. Non ha riempito le piazze, mosso le folle o spostato le schiere. Non ha ricevuto l’endorsement della stampa. È stata piuttosto una rivoluzione gentile, diplomatica, concentrata sui contenuti, che si è consumata per lo più nelle sacre stanze, e che è stata percepita dagli addetti ai lavori, ma anche da tutti coloro che prestano attenzione alla Verità custodita dalla Chiesa. Tuttavia non è finita, non si è esaurita.. Sta a noi, ora, preti e laici, tutti i cattolici, fratelli nella fede, impegnarsi affinché il vero concilio venga applicato correttamente, secondo la volontà dei padri, in armonia con la tradizione. Dunque assimiliamo e manteniamo vivo il messaggio del nostro amato Benedetto XVI!

1 BENEDETTO XVI, discorso alla Curia romana, 2005, Città del Vaticano.

2 Ibidem.

3 BENEDETTO XVI, discorso ai partecipanti alla plenaria della congregazione per il clero, 2009, Città del Vaticano.

4 MESSORI, Vittorio, RATZINGER, Joseph, Rapporto sulla fede. Vittorio Messori a colloquio con Joseph Ratzinger, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 1985, p. 33-34.

5 BENEDETTO XVI, lettera ai vescovi che accompagna il motu proprio Summorum Pontificum, 2007, Città del Vaticano.

6 Ibidem.

7 BENEDETTO XVI, incontro con i parroci e il clero di Roma, 2013, Città del Vaticano.

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