Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris

Mercoledì sera: meditazione sulla morte

Francisco Pacheco, Ritratto di Fra Luis de Granada (1599).
Francisco Pacheco, Ritratto di fra Luis de Granada (1599).

«Prima di tutto, considera com’è incerta l’ora in cui la morte ti aggredirà; infatti non conosci il giorno, né il luogo, né le circostanze in cui essa verrà a sorprenderti. Sai solamente che devi morire, tutto il resto è nel dubbio; sebbene quell’ora suole per lo più sopraggiungere nel momento in cui l’uomo meno se ne cura e se ne ricorda.

Successivamente, rifletti sulle separazioni che dovranno avvenire a quel punto: non solo da tutte le cose che si amano in questo mondo, ma anche tra l’anima e il suo corpo: compagnia antica e amata. Se si giudica un grave male l’esilio dalla patria e dall’ambiente in cui l’uomo è cresciuto, pur potendo un esiliato portarsi dietro tutto ciò che gli è caro, quanto sarà più grande il grande il generale esilio da ogni oggetto di casa, dalle ricchezze possedute, dagli amici, dal padre, dalla madre, dai figli, da questa luce e quest’aria e, insomma, da ogni cosa. […]

Considera anche la pena che l’uomo riceve allora, quando gli viene in mente dove finiranno corpo e anima dopo la morte. Perché già si sa che al corpo, per nobile che sia stato, non può toccare miglior sorte che un loculo di sette piedi di lunghezza in compagnia di altri morti; ma dell’anima non si sa con certezza che ne sarà, né quale sorte le spetterà. Difatti, sebbene la speranza della misericordia divina le dia coraggio, la coscienza dei suoi peccati la atterrisce. E poi ci sono la grandezza della giustizia di Dio e l’imperscrutabilità dei suoi giudizi; per cui spesso ferma il suo braccio e rovescia la sorte degli uomini. Il ladrone sale dalla croce al Paradiso (Lc 23,43), Giuda sprofonda nell’inferno dall’altezza dell’apostolato (Mt 27,5); Manasse ebbe modo di pentirsi dopo tanti abomini (2 Cr 33, 12), mentre non sappiamo se Salomone poté farlo dopo una vita tanto virtuosa (1 Re 11, 41 ss.). Questo è uno dei maggiori affanni che si devono patire allora: l’essere consapevoli che esistono una gloria e una pena eterne, e di stare tanto vicino all’una e all’altra, senza conoscere quale delle due differenti sorti ci toccherà.

Oltre a quest’ansia, ce n’è un’altra non minore: il rendiconto che ci sarà da dare e che è tale da far rabbrividire anche i più audaci. Dell’abate sant’Arsenio si scrive che, quando egli era ormai in punto di morte, cominciò a esser preso dal timore e, poiché i suoi discepoli gli dicevano: «Padre, tu ora hai paura?», rispose: «Figli miei, non è nuova per me questa paura perché ho sempre vissuto in sua compagnia».

In quel frangente, dunque, all’uomo verranno in mente tutti i peccati della vita passata, come uno squadrone di nemici che lo assaltano; e quelli più grandi e in cui egli trovò maggior piacere, gli si mostreranno con più evidenza e gli procureranno uno spavento più grande. È allora che si ram- menta la giovinetta disonorata, la donna sposata a cui si è fatto la corte, il povero che abbiamo sfruttato o maltrattato e il prossimo turbato dal nostro cattivo esempio. Allora urlerà contro di me, non il sangue di Abele (Gn 4, 10), ma quello di Cristo (Eb 12, 24) che io stesso ho sparso e disprezzato, quando ho dato al prossimo motivo di scandalo. […]

In seguito, vengono impartiti i sacramenti della confessione e della comunione e infine quello dell’estrema unzione, l’ultimo soccorso con cui la Chiesa può aiutarci in quel travaglio; e in questo, come in ogni altro, devi considerare le angosce e l’affanno che l’uomo patirà se avrà vissuto male. Pensa quanto egli, allora, vorrà, a questo punto, aver percorso strade differenti e poter cambiare vita, se ne avesse il tempo. Pensa come si sforzerà di invocare Dio; ma i dolori e l’incalzare della malattia difficilmente gliene daranno modo.

Guarda anche come sono spaventose e temibili le estreme manifestazioni dell’infermità, che sono quasi messaggere della morte. Il petto si solleva, la voce si affievolisce, i piedi perdono sensibilità, le ginocchia diventano gelide, il naso si affila, gli occhi si affossano; già il volto è quello di un morto; mentre la lingua non riesce più a svolgere il suo compito e, alla fine, con la stessa velocità con cui l’anima che se ne allontana, tutti i sensi, sconvolti, perdono la loro funzione e le loro capacità. Ma quella che sopporta lì i tormenti più grandi è specialmente l’anima, che ora sta combattendo e agonizzando, in parte per il distacco dal corpo e in parte per il timore di essere giudicata: perché essa per sua natura rifiuta il distacco, ama la permanenza e teme il giudizio.

Una volta che l’anima è uscita ormai dalle membra, restano ancora due strade da fare: una dietro al corpo, fino alla sepoltura; l’altra, con l’anima, verso la risoluzione del suo processo: considera ciò che avverrà in ognuna delle due circostanze. Osserva, dunque, come rimane il corpo dopo che l’anima lo ha abbandonato, che nobile veste gli preparano per calarlo sotto terra e come si preoccupano di allontanarlo presto dalla casa. Pensa al seppellimento, con tutto quello che succede nel frattempo: il suono grave delle campane, le domande della gente sul morto, gli offici e i mesti canti in chiesa, il corteo funebre, il dispiacere degli amici e, in conclusione, tutti gli eventi particolari che allora solitamente hanno luogo; finché il corpo non è calato nella sepoltura, dove sarà ricoperto da quella terra di perpetuo oblio.

E poiché vediamo bene che il corso degli avvenimenti umani può mutare, capiterà che un giorno o l’altro si venga a costruire un edificio vicino alla tua tomba, per quanto nobilissima sia, e che ne cavino della terra per fare una parete: il tuo povero corpo, benché sia oggi il più distinto e delicato del mondo, trasformato anch’esso in terra servirà poi per riempire una muraglia. E dimmi: quanti corpi di re e imperatori avranno finito per ricevere questo tipo di investitura?

Lasciato il corpo nella tomba, corri subito dietro all’anima e osserva il cammino che essa farà nella nuova regione in cui si trova; ciò che infine affronterà e come sarà giudicata. Immagina di trovarti presente a questo processo e che tutta la corte del cielo sta aspettando che sia pronunciata l’ultima sentenza, con cui verranno stabiliti il dare e l’avere di tutto quello che si è ricevuto, fino alla punta di uno spillo. Allora ci sarà domandata ragione della nostra vita, delle ricchezze, della famiglia, dei consigli divini, delle opportunità avute per vivere rettamente; e, soprattutto, del sangue di Cristo e dei suoi sacramenti. E ognuno sarà giudicato secondo il numero dei beni che dichiarerà di aver avuto in dono».

Tratto da: fra Luis de Granada, Libro dell’orazione e della meditazione, a cura di Nicoletta Lepri Palesati, Ares, Milano, 1997, pp. 102-106.

Il Libro dell’orazione e della meditazione fu composto a Salamanca dal frate domenicano a metà del XVI secolo. Ci sono buoni motivi per credere che l’opera fosse nota a William Shakespeare. Piace pensare che possa essere questo il libro tenuto in mano da Amleto nella seconda scena del secondo atto del capolavoro shakespeariano.

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