Il sacrificio nell’Antico Testamento e nell’Eucaristia [prima parte]

Lo scorso venerdì 27 febbraio, in occasione dell’assemblea dei soci dell’ASBB, si è svolta un conferenza, a cura di Luigi Martinelli e Carlo Susa, dal titolo: Offerto in sacrificio per voi. Il concetto di sacrificio nella messa cattolica, nell’ebraismo e nel paganesimo. L’intervento di Martinelli, a partire da oggi, verrà pubblicato ‘a puntate’, ogni giovedì di quaresima. Di seguito potete la leggere la prima parte (si avvertono i lettori più impressionabili che il post contiene immagini cruente).

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Gli apostoli e i primi discepoli di Gesù, che erano ebrei, per fare comprendere alle primissime comunità cristiane costituite da ebrei l’altissimo valore del sacrificio della croce, operavano un confronto efficace con i sacrifici rituali che costituivano il culto del popolo d’Israele verso Dio. Secondo tale esegesi tutti i sacrifici della legge antica dovevano servire a preparare la mente ed il cuore degli uomini ad apprezzare il grande e vero sacrificio perfetto, che di sé stesso avrebbe fatto Gesù Cristo, sul Calvario, per amore dell’uomo al fine di strapparlo al potere delle tenebre e ricongiungerlo a Dio in una nuova ed eterna alleanza. Nell’antica legge vi erano sacrifici di liberazione, di alleanza e comunione, di espiazione, di ringraziamento. Il sacrificio unico di Cristo ha in sé e supera tutti questi valori. Di conseguenza al fine di comprendere perché la Santa Messa sia un vero e proprio rito sacrificale è fondamentale conoscere i riti sacrificali ebraici ai quali Gesù si è riferito ed ispirato, così nelle prossime puntate osserveremo le profonde relazioni tra le liturgie sacrificali del popolo d’Israele nell’Antico Testamento e il sacrificio di Cristo sulla croce:

– Eucaristia e olocausto: ‘ôlà – (Levitico 1,2-9; 2,1-3)

– Eucaristia e sacrifici conviviali: shelamim – (Levitico 3, 1-5)

– Eucaristia e riti d’espiazione: hattat, asham, yom kippur – (Levitico 16, 11-33)

– Eucaristia e sacrificio pasquale: Pesakh – (Esodo 12, 1-14; 25-27)

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Che cosa significava il rito del sacrificio nell’Antico Testamento?

Per gli israeliti il sacrificio è un dono fatto a Dio misericordioso per ringraziarlo o per ottenere una purificazione. L’uomo non prende qualcosa di proprio e lo dona a Dio come se Lui ne avesse bisogno per placare la Sua ira. Il Dio di Abramo non è assetato di sangue poiché a Lui appartiene tutta la creazione e può disporre di ogni singola parte di essa come e quando vuole. Dunque l’uomo peccatore si priva di qualcosa che gli è stata affidata da Dio, per ridonarla a Dio, il quale concede che questo atto del privarsi e del donargli sia un mezzo efficace per rafforzare il patto dell’Alleanza. Mediante il rito sacrificale che distrugge o trasforma qualcosa, l’offerente si priva di una cosa in favore di Dio, facendola entrare in Suo possesso nella sfera dell’invisibile. L’offerta di un sacrificio a Dio è così un supremo atto di fede attraverso il quale l’uomo lo riconosce come unico e onnipotente e dimostra la volontà di permanere nella Sua grazia osservando le Sue leggi. Dio guarda con benevolenza l’uomo che compie un atto sacrificale e conferma l’Alleanza ricolmando l’uomo di grazie e benedizioni. Tuttavia è importante comprendere che Dio non ha bisogno materialmente della vittima. A Lui interessa che l’uomo, nel compiere l’atto sacrificale, abbia un cuore contrito, puro e fedele. Dio salvatore è sempre pronto a tendere la mano all’uomo che si propone di camminare secondo i comandamenti, dunque in un sacrificio guarda alla fede o all’atto di conversione dell’offerente. Il rito del sacrificio per gli Israeliti ha senso solo se produce un cambiamento interiore, un pentimento o un ringraziamento, in grado di riattivare l’amicizia e la fedeltà con il Signore. Dio gradisce “l’amore più del sacrificio” (Osea 6,6). “L’obbedire è meglio del sacrificio” (1 Samuele 15,22). Senza le disposizioni del cuore e una vita santa, il sacrificio non produce frutti (cfr. Amos 4,4; Isaia 1,11-16). È la circoncisione del cuore che conta. Privarsi e donare sono i moti interiori necessari. Il sacrificio ha così un duplice carattere: è una prestazione reale, cioè l’offerta onerosa di una cosa concreta; ed è un atto morale. Le due cose non sono mai disgiunte, ma devono coesistere. Dunque con un sacrificio non si tratta di influenzare Dio, ma di celebrare la misericordia divina che viene volontariamente in soccorso della creatura umana. Solo in un tale contesto si comprende il valore attribuito al sangue nei sacrifici ebraici che viene riservato sempre e solo a Dio aspergendolo sui luoghi o sulle cose sacre. All’atto dell’uccisione di una vittima per un sacrificio, dalle carni lacerate zampilla il sangue caldo che emana un vapore. Questo vapore è chiamato dagli Ebrei «l’anima che è nel sangue» ed è identificato come il principio vitale che sfugge alla creatura man mano che il sangue esce. La parola ebraica che indica l’anima, nèfesh, significa anche vita. Dunque il sangue è la vita di una creatura e la vita appartiene a Dio. In un sacrificio quindi non si offre il sangue a Dio, perché gli appartiene, è suo di diritto, l’ha creato Lui, è divino, così lo si attribuisce positivamente a Dio come atto supremo di fede che lo riconosce Signore della vita. In ogni sacrificio, che sia espiatorio o di ringraziamento, il sangue è un principio vitale che viene riservato al Creatore per ravvivare, rinvigorire e rafforzare l’unione tra l’uomo e Dio.

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Bibliografia:

ABEYNAIKE, Robert, Ultima cena e sacrificio, «L’Osservatore Romano», 24 luglio 2009.

BIFFI, Inos, Un amore paziente e intramontabile, «L’Osservatore Romano», 14 giugno 2009.

 

GALBIATI, Enrico, L’eucarestia nella Bibbia, Jaca Book, Milano, 1968.

PIO XII, Lettera enciclica Mediator Dei, 20 novembre 1947.

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