Il sacrificio nell’Antico Testamento e nell’Eucaristia [terza parte]

Eucaristia e sacrifici conviviali: shelamim – (Levitico 3, 1-5)

Come si svolgevano i sacrifici conviviali?

L’offerente portava la vittima presso l’altare alla presenza del sacerdote. L’offerente uccideva la vittima, il sacerdote prelevava il sangue e lo versava attorno all’altare e alle sue pareti. Poi si dividevano le carni della vittima. Le parti grasse spettavano a Dio e dovevano essere bruciate sull’altare; il petto e la coscia destra spettavano al sacerdote; il resto del corpo della vittima spettava all’offerente e alla sua famiglia. Nel momento in cui la parte spettante a Dio bruciava sull’altare, l’offerente e il sacerdote banchettavano mangiando le loro parti con sentimenti di gioia, di amicizia e gratitudine verso Dio.

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Che cosa significavano i sacrifici conviviali per gli ebrei?

I sacrifici pacifici si chiamavano “shelamim”, da shalom che significa pace, salute, rapporto di amicizia. Venivano chiamati anche sacrifici di alleanza, comunione o ringraziamento. Questi sacrifici davano luogo ad un convito, un banchetto gioioso e festoso. Avevano dunque lo scopo di rafforzare e suggellare le buone relazioni tra l’offerente e i suoi amici o familiari (Genesi 31, 54), ma soprattutto quello di rafforzare il rapporto di alleanza e amicizia tra queste persone e Dio (Deuteronomio 12, 7-18). Infatti chi partecipava al rito, banchettando con le carni della vittima immolata sull’altare, si considerava convitato del Signore, assiso simbolicamente alla sua mensa. La vittima comune immolata univa gli uomini e Dio in un rapporto di comunione. Significativo è stato il sacrificio dell’Alleanza offerto da Mosè sul Monte Sinai con il quale Dio ha stretto l’Alleanza con il popolo d’Israele (Esodo 24, 3-11). Dopo avere ricevuto le tavole della legge dal Signore, Mosè celebra il rito dell’Alleanza che è un giuramento in cui il popolo d’Israele si impegna per l’avvenire ad osservare la parola di Dio. Questa promessa viene suggellata con un rito di sangue, un patto di sangue come quello celebrato nei popoli nomadi, ovvero la condivisione di uno stesso sangue per legare e creare un’identità comune tra i contraenti. Infatti lo stesso sangue della vittima immolata viene: versato un po’ sull’altare di Dio e asperso un po’ sul popolo e sulle dodici stele erette per l’occasione a simboleggiare le dodici tribù d’Israele. Dice Mosè mentre asperge il popolo con il sangue: “Ecco il sangue dell’Alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole” (Esodo 24, 8). Il sangue della medesima vittima lega perennemente Dio e il popolo. In seguito anche la carne della vittima viene divisa, il grasso è bruciato sull’altare di Dio e il resto è mangiato dai capi del popolo. Dio e il popolo siedono allo stesso banchetto, sono in un rapporto di comunione, pace e alleanza consumando la medesima vittima, lo stesso pasto.

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Quale rapporto c’è tra i sacrifici conviviali e il Sacrificio di Cristo?

Gesù si è immolato per riconciliare definitivamente l’uomo con il Padre. Il sacrificio della croce ha sigillato una nuova ed eterna alleanza che ha inaugurato un nuovo rapporto di pace, comunione e amicizia tra l’uomo e Dio: “rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli” (Colossesi 1, 20). Istituendo l’Eucaristia nell’ambito di un pasto sacrificale in cui gli alimenti sono figura del suo sacrificio, il corpo e il sangue, Gesù offre ai cristiani che celebrano la Santa Messa la possibilità di realizzare concretamente una profonda comunione con il cielo, riuniti con il Padre attorno all’unico banchetto per consumare l’unica vittima così da partecipare ai frutti della redenzione eterna: “questo è il mio corpo” “questo è il mio sangue” (Matteo 26, 26-29), “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà mai più fame e chi crede in me non avrà mai più sete” (Giovanni 6, 35), “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Giovanni 6, 51), “se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno” (Giovanni 6, 53-57), “il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane” (1Corinzi 10, 16). Il cristiano, per opera del sacrificio di Gesù mediatore, viene riconciliato e ricongiunto a Dio e si siede commensale al banchetto divino della salvezza: “Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna e io lo risusciti nell’ultimo giorno” (Giovanni 6, 35-39), “Io sono la porta; se uno entra per mezzo di me sarà salvato; entrerà, uscirà e troverà pascolo” (Giovanni 10, 9), “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Giovanni 14, 6), “Chi vede me, vede il Padre” (Giovanni 14, 9), “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Giovanni 14,23). Nella celebrazione eucaristica si realizza in tal modo la koinonia (parola greca che significa avere parte, partecipare) una comunione profonda tra il cristiano e Dio e tra il cristiano e i suoi fratelli nella fede che formano la Chiesa: “Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga” (1Corinzi 11,26). In tal senso l’altare sul quale si celebra l’Eucaristia è immagine del Calvario, il luogo dell’offerta del sacrificio di Cristo, ma anche del banchetto sacrificale, il luogo in cui veniamo resi partecipi dei frutti salvifici del sacrificio. Per San Paolo è talmente ovvia l’immagine del banchetto eucaristico come convito sacrificale in grado di mettere in comunione l’uomo e Dio, che ammonisce i cristiani che partecipavano ai banchetti dei sacrifici pagani perché si sarebbero messi in comunione con il demonio, infatti presso quasi tutti culti dell’antico oriente vi erano riti nei quali il mangiare la vittima, in parte offerta, assicurava la partecipazione con la vita stessa della divinità: “Guardate Israele secondo la carne: quelli che mangiano le vittime sacrificali non sono forse in comunione con l’altare? Che cosa dunque intendo dire? Che la carne immolata agli idoli è qualche cosa? O che un idolo è qualche cosa? No, ma dico che i sacrifici dei pagani sono fatti a demòni e non a Dio. Ora, io non voglio che voi entriate in comunione con i demòni; non potete bere il calice del Signore e il calice dei demòni; non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demòni” (1Corinzi 10, 18-21). Come l’Antica Alleanza si è costituita con l’immolazione di una vittima ed un convito sacrificale, così la Nuova Alleanza si è costituita con l’immolazione di Cristo ed il convito sacrificale pasquale (ultima cena). L’Antica Alleanza sigillata da Mosè sul monte Sinai tra Dio e Israele era l’immagine profetica della Nuova Alleanza definiva tra Dio e tutta l’umanità redenta e riconciliata con Lui in forza del sangue di Cristo. Infatti Gesù incorpora le parole mosaiche nella consacrazione: “questo è il mio Sangue della nuova Alleanza” (Matteo 26, 28).

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