Il sacrificio nell’Antico Testamento e nell’Eucaristia [quarta parte]

Eucaristia e riti d’espiazione: hattat, asham, Kippur – (Levitico 16, 11-33)

espiazione1

Come si svolgevano i riti d’espiazione?

Nei riti espiatori il sangue di una vittima immolata veniva asperso sull’altare, e su altri luoghi o arredi sacri, per espiare i peccati e purificare persone e cose. Il corpo della vittima veniva in seguito diviso, una parte bruciata sull’altare e l’altra mangiata dai sacerdoti. Presso il popolo d’Israele vi erano sacrifici espiatori ordinari (hattat, asham) con i quali si otteneva il perdono dei peccati formali e materiali, ovvero quelli compiuti senza avvertenza nelle cose che riguardano il culto o che rendono inabili al culto per cause fisiche (malattia, emorragie genitali, contatto con i cadaveri, ecc.). Vi era una distinzione tra i sacrifici espiatori per la casta sacerdotale e per il popolo. Scopo di questi sacrifici era quello riabilitare l’uomo al culto, se guardiamo al termine latino «expiatio», vediamo che significa un’azione che toglie un «piaculum», un’interdizione al culto in conseguenza di un delitto. I peccati compiuti con piena vertenza e gravi invece non potevano essere espiati con i sacrifici, ma dovevano essere puniti semplicemente con la morte. Tuttavia Dio è misericordioso e con l’istituzione del giorno dell’Espiazione (Yom=giorno Kippur=espiazione), una volta all’anno, estende il perdono in modo universale anche a quei peccati gravi commessi in piena vertenza. È un sacrificio espiatorio straordinario. In estrema sintesi il giorno di Yom Kippur era l’unico giorno in cui funzionava il Sommo Sacerdote il quale nel cortile del tempio di Gerusalemme prendeva due capri offerti dal popolo sui quali gettava la sorte per decidere quale doveva essere sacrificato in espiazione a Dio e quale portato ad Azazel (Azazel nella tradizione giudaica era il nome di un demone del deserto). Il capro, in sorte a Dio, era immolato nel cortile dal Sommo Sacerdote dopo che questi aveva confessato i peccati del popolo, imponendo le mani sulla testa dell’animale. Il corpo del capro doveva essere bruciato fuori dalle mura, non poteva essere mangiato o bruciato nel tempio. Quindi dopo avere raccolto il sangue del capro ucciso, il Sommo Sacerdote entrava con un turibolo d’incenso nel Santo dei Santi, oltre il velo, e pronunciava il nome santo di Dio mentre aspergeva il sangue del capretto sgozzato per Dio sul propiziatorio. Il propiziatorio o espiatorio che in ebraico si chiamava kapporet, era una lastra che andava a formare il coperchio dell’arca dell’Alleanza sul quale stavano le statue di due cherubini genuflessi con le ali spiegate. Su questa lastra, tra le ali degli angeli, si adorava come su un trono l’invisibile presenza di Dio. Dunque con questo rito nel luogo più sacro il Sommo Sacerdote compiva la purificazione del santuario, della terra d’Israele e del popolo. Il suono delle trombe del tempio annunciava a tutto Israele che i peccati erano perdonati. Sempre in forma simbolica, detti peccati erano portati via sulla propria persona dal sommo sacerdote il quale, tornato nel cortile, li deponeva a sua volta sul capro destinato ad Azazel posando le sue mani sul capo dell’animale. Questo capro, unica eccezione in tutto il rituale israelitico, non veniva immolato, ma era condotto e abbandonato nel deserto da un uomo appositamente designato per questo compito. Col capro, il popolo vedeva allontanarsi i suoi peccati.

Nel seguente video è possibile vedere la ricostruzione, a fini didattici, del rito dello Yom Kippur celebrato presso la tenda del convegno nei tempi mosaici:

Che cosa significavano i sacrifici d’espiazione presso gli israeliti?

Secondo la religione ebraica non esiste il dualismo anima e corpo, dunque non esiste un aldilà come lo intendono i cristiani. La retribuzione per il bene e il male compiuto nella quotidianità verso il prossimo e verso Dio avviene già su questa terra: il bene con una lunga vita, l’abbondanza di figli, la prosperità; il male con la malattia, la sterilità, la miseria. Dopo la morte tutte le persone, buone o cattive, cadono nello “sheol”, un misterioso luogo sotterraneo in cui le persone rimangono sospese come ombre o larve, nutrendosi di polvere. Nell’ebraismo la morte corporale è la fine di tutto, per questo alcuni peccati gravi venivano espiati con l’uccisione del peccatore, perché in tal modo lo si liberava definitivamente dal peso dei peccati commessi e non costituiva più una minaccia per se stesso e per la comunità. Dunque per gli ebrei gli effetti dei sacrifici espiatori riguardavano la vita terrena. Il peccato provoca la morte di chi lo compie, lo allontana da Dio, dalle sue benedizioni, lo insudicia, genera impurità, è causa di profanazione della terra santa, del popolo santo, del tempio. I peccati non espiati sono una minaccia costante per la comunità. Non tutti coloro che erano in stato di impurità ricorrevano ai sacrifici espiatori ordinari, inoltre c’erano i peccati gravi che non potevano essere espiati. Ecco lo scopo del giorno dell’Espiazione, Yom Kippur, in cui si compie una grande espiazione generale per tutti affinché il popolo sia perdonato e il santuario riconsacrato e riabilitato al culto. Vi è un importante concetto di solidarietà tra il popolo, la terra e il santuario. Se il popolo o i sacerdoti sono in stato di peccato, allora anche la terra e le cose e i luoghi attinenti al culto sono profanati, così è necessario procedere all’espiazione. L’espiazione mira a purificare l’uomo peccatore, riattivando la sua capacità di comunione con Dio. Il sacrificio espiatorio è un gesto di donazione che nasce nella coscienza del peccatore che si sente in debito verso Dio e quindi prende la forma di una prestazione onerosa. Il sangue dona nuova vita, rigenera. Nei sacrifici espiatori il sangue della vittima, che è stata caricata dei peccati degli uomini, viene versato ai piedi dell’altare o asperso sull’altare o su altri luoghi e oggetti dedicati a Dio. Entrando in contatto con ciò che è sacro e divino il sangue viene purificato e gli uomini rappresentati da questo sangue vengono resi mondi. Attribuire il sangue di una vittima a Dio permette all’uomo peccatore di passare da uno stato di morte e di allontanamento da Dio ad uno stato di vita e di unione con Dio. Il sangue è l’anima, dunque è vita per le creature, se il sangue non scorre nelle vene non c’è vita. Il sangue dell’Alleanza ha costituito la comunione tra Dio e il popolo d’Israele, quando l’Alleanza è offuscata o allentata dai peccati, donare a Dio il sangue di una creatura da Lui creata, permette all’Alleanza di rivivere e rafforzarsi. Il sangue delle creature che appartiene a Dio è da lui concesso all’uomo per usarlo come mezzo di espiazione per la riconciliazione con Dio. Per rivivere con Dio, nella sua Alleanza. Come sempre nella tradizione d’Israele è necessario che al sacrificio esteriore corrisponda un sacrificio interiore, le due cose non sono disgiunte, una non sostituisce l’altra, ma si completano. Così non ci può essere perdono se non c’è pentimento, ecco che allora nei sacrifici espiatori l’offerente deve avere un animo contrito e nel giorno dell’espiazione è imposto a tutto il popolo un atteggiamento di penitenza, attraverso digiuni, mortificazioni, per favorire un atteggiamento interiore di pentimento.

Cristo è il vero ed unico sommo sacerdote che, una volta per sempre, è entrato con il suo sangue nel santuario del Cielo per ottenerci una redenzione eterna.
Cristo è il vero ed unico sommo sacerdote che, una volta per sempre, è entrato con il suo sangue nel santuario del Cielo per ottenerci una redenzione eterna.

Quale rapporto c’è tra i sacrifici espiatori e il Sacrificio di Cristo?

Il rito sacrificale espiatorio dello Yom Kippur è una chiara prefigurazione del sacrificio di Cristo che si è immolato “in remissione dei peccati” (Matteo 26, 28). Nella lettera agli Ebrei si evidenzia il carattere espiatorio della morte sacrificale di Cristo: “Ora invece una volta sola, alla pienezza dei tempi, è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso” (Ebrei 9, 24-26). San Paolo vede chiaramente nei riti del giorno dell’Espiazione un riferimento al sacrificio di Cristo: “Cristo invece, venuto come sommo sacerdote di beni futuri, attraverso una Tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano di uomo, cioè non appartenente a questa creazione, non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci così una redenzione eterna. Infatti se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsi su quelli che sono contaminati, li santificano, purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo, che con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalla opere morte, per servire il Dio vivente?” (Ebrei 9, 11-14). Secondo la tradizione ebraica il santuario ha una simbologia cosmica: il Santo dei Santi è considerato il cielo dei cieli, ovvero l’abitazione di Dio. Cristo dunque è il sommo sacerdote che una volta per sempre è entrato al di là del velo, cioè in cielo, non portando il sangue di un capro, ma il proprio sangue, dunque Egli non solo è il sacerdote, ma anche la vittima. Il suo sangue ha un effetto espiatorio come quello delle vittime espiatorie, purificazione, santificazione, ma trasportato sul piano della redenzione eterna. Il termine redenzione, che era già in uso nell’Antico Testamento e si riferiva principalmente alla misericordia di Dio che ha eletto il popolo d’Israele e lo ha liberato dalla schiavitù d’Egitto stabilendo un patto di alleanza, con la vita, morte e risurrezione di Cristo assume un nuovo significato: Cristo con il suo sangue ci ha liberato dalla schiavitù del peccato stabilendo una Nuova Alleanza eterna con Dio. L’atto che nel giorno dell’Espiazione rappresentava il momento in cui i peccati venivano rimessi era l’aspersione che il sommo sacerdote faceva sul kapporet, il Propiziatorio. Esso si trovava sopra l’Arca dell’Alleanza nel Santo dei Santi, era ritenuto l’oggetto più sacro, il trono di Dio, dunque aspergerlo con il sangue espiatorio significava il massimo contatto con Dio. Quando Paolo dice “Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia, dopo la tolleranza usata verso i peccati passati” (Romani 3, 25) identifica Gesù come kapporet, come il propiziatorio (in greco hilasterion), il coperchio dell’Arca che ha preso su di sé i nostri peccati. Quando Giovanni dice “Egli è propiziazione per i nostri peccati, e non soltanto per i nostri ma anche per quelli di tutto il mondo” (1Giovanni 2, 2); “Egli ci ha amato per primo, ed ha mandato il Figlio suo quale propiziazione per i nostri peccati” (1Giovanni 4, 10) identifica Cristo con il termine propiziazione o espiazione, intendendo il rito stesso del giorno dell’espiazione dei peccati. In tal senso Cristo è così designato da Paolo e Giovanni come il nostro sacerdote, come la nostra vittima, come il nostro santuario dove avviene l’espiazione, lo strumento che ricongiunge l’umanità con Dio, come il gesto espiatorio che è il punto culminante in cui il genere umano trova la sua riconciliazione e comunione con Dio. Tuttavia è necessario precisare che l’espiazione vicaria di Cristo non è un “pagare”, uno “scontare” a nome degli altri, non è un “essere punito” per gli altri. Ma è l’attualizzazione storica e definitiva del perdono di Dio e, quindi, della salvezza che viene realizzata attraverso l’offerta vivente del sacrificio di sè: il protagonista attivo è Dio che con il suo amore perdona i peccati. Gesù, sulla croce, depone tutto il peccato del mondo nell’amore di Dio e lo scioglie in esso. Come abbiamo visto, secondo gli ebrei, il Santo dei Santi, ove era custodita l’Arca dell’Alleanza, rappresentava il cielo ed era protetto da un velo. Quando nel Vangelo leggiamo che alla morte di Cristo “il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo” (Matteo 27, 51), significa che finalmente il cielo si è unito con la terra. Il velo era il rimando al peccato. Cristo si sacrifica sulla croce offrendosi come vittima perfetta affinché l’umanità sia riconciliata con il Padre. Compiuto il sacrificio del Figlio, il Padre lacera il velo. La morte di Cristo, dunque, strappa il velo che divide l’uomo da Dio, i peccati sono perdonati e l’uomo può accedere al paradiso. Come tutti gli israeliti anche Gesù quando muore scende negl’inferi, nello sheol, il limbo dei padri, tuttavia Egli vi discende come salvatore per liberare tutte le anime delle persone di buona volontà vissute prima di lui per portarle in paradiso (1Pietro 3, 19). Il sangue prezioso di Cristo versato sulla croce riabilita gli uomini, perdona i loro peccati, strappa le anime al potere delle tenebre, apre le porte del regno eterno di Dio. D’ora in poi il peccatore che si converte, e il giusto, non cadranno più nello sheol, il compenso per le azioni terrene avverrà nell’aldilà e tutti avranno la possibilità di entrare nel regno dei cieli dove Cristo, risorto dai morti, attende ciascuno alla destra del Padre.

Se nell’Antica Alleanza era necessario ripetere ogni anno il rito del giorno dell’espiazione nel santuario terrestre affinché i peccati fossero perdonati, con Cristo il giorno dell’espiazione dura per sempre infatti Egli “offri se stesso con uno Spirito eterno” (Ebrei 9, 14) “procurandoci una redenzione eterna” (Ebrei 9, 12) nel santuario del cielo. I cristiani possono attingere concretamente e costantemente ai frutti di questa eterna redenzione proprio nella celebrazione eucaristica. Ogni volta che la Messa viene celebrata si ripresenta in modo sacramentale il sacrificio di Gesù, il suo sangue viene nuovamente asperso, dunque si rinnova l’opera della nostra redenzione. La morte di Cristo è ripresentabile nella Messa perché non si è trattato di un sacrificio esclusivamente storico, ma anche di un sacrificio celeste, perfetto, spirituale, perennemente presente dinanzi a Dio: “noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre” (Ebrei 10, 10). La Santa Messa è l’attuazione sacramentale di quell’unico sacrificio sacerdotale e redentivo. I cristiani che partecipano alla celebrazione eucaristica sono come un popolo che si accosta “al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti portati alla perfezione, al Mediatore della Nuova Alleanza e al sangue dell’aspersione” (Ebrei 12, 22-24). “Avendo dunque, fratelli, piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, per questa via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne;  avendo noi un sacerdote grande sopra la casa di Dio, accostiamoci” (Ebrei 10, 19-22) alla Santa Messa perché “il sangue di Cristo, che con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalla opere morte, per servire il Dio vivente” (Ebrei 9, 14). Nella celebrazione del Santo Sacrificio della Messa i cristiani trascendono i confini di questo mondo e si accostano, per mezzo di Cristo, a Dio e al mondo celeste, soprattutto attraverso la comunione sacramentale, consumando le specie eucaristiche. In tal senso Paolo evidenzia la caratteristica dell’eucaristia come banchetto sacrificale facendo un accostamento tra il corpo della vittima d’espiazione portata fuori dalla porta della città e il corpo di Cristo crocifisso fuori dalla città. Infatti il corpo della vittima dello Yom Kippur non poteva essere mangiato e offerto in olocausto sull’altare del tempio, ma veniva portato fuori dalla città per essere bruciato così da evitare ogni contaminazione. Noi cristiani, invece, possiamo nutrirci della carne di Gesù Cristo, la vittima, che si è sacrificato per l’espiazione dei peccati fuori dalle mura: “Noi abbiamo un altare del quale non hanno alcun diritto di mangiare quelli che sono al servizio del Tabernacolo. Infatti i corpi degli animali, il cui sangue vien portato nel santuario dal sommo sacerdote per i peccati, vengono bruciati fuori dell’accampamento. Perciò anche Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, patì fuori della porta della città” (Ebrei 13, 10-12).

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