Il sacrificio nell’Antico Testamento e nell’Eucaristia [quinta parte]

Eucaristia e sacrificio pasquale: Pesakh – (Esodo 12, 1-14; 25-27)

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Come si svolgeva il Pesakh?

Pesakh è un sacrificio annuale commemorativo dell’Esodo, cioè della liberazione degli Israeliti dall’Egitto. Nel primo giorno degli Azzimi (il primo dei sette giorni in cui si doveva mangiare solo pane azzimo senza lievito) dalle ore 15.00 fino al tramonto una folla enorme stipava il cortile interno del tempio: ogni famiglia portava l’agnello scelto (senza macchia e senza difetto), senza rompere alcun osso lo immolava davanti al sacerdote, che ne raccoglieva il sangue e lo versava ai piedi dell’altare degli olocausti. Il servizio era molto rapido e ben organizzato per il grande numero di sacerdoti addetti a questo rito. La sera si teneva il convito pasquale, chiamato Seder (ordine di Pasqua), che era costituito: dall’agnello pasquale immolato nel tempio, dai pani azzimi, dal vino, dalle erbe amare e da uno speciale intingolo chiamato kharoset. I convitati dovevano essere almeno dieci e si radunavano nel luogo convenuto dopo il tramonto del sole dentro le mura di Gerusalemme. Il convito era presieduto da un capofamiglia. In quanto uomini liberi gli ebrei non mangiavano in piedi o seduti, ma sdraiati su bassi divani appoggiati sul gomito sinistro. Come era strutturato il Seder? Prendendo posto a tavola, il capofamiglia pronuncia la benedizione rituale sul vino, di cui i commensali bevono la prima coppa, quella del Qiddush (santificazione della festa), poi, dopo il lavaggio delle mani, si intinge un pezzo di sedano, o prezzemolo, nell’intingolo. Si portano in tavola il pane azzimo e l’agnello, ma non si mangiano ancora. A questo punto ha inizio la Magghíd, cioè la narrazione della storia della salvezza. Si riempie la seconda coppa di vino e il figlio più piccolo pone al padre le domande su cui si basa il racconto dell’Esodo. Questa è la parte centrale della notte di Pesach, dopo la quale si canta l’inno di riconoscenza per tutte le meraviglie che il Signore ha compiuto verso Israele: il Dajenù. Di nuovo il figlio più piccolo chiede perché si mangiano quelle cose, il padre spiega i segni della cena, poi si beve la seconda coppa, quella della Haggadah (la liberazione dall’Egitto). Dopo essersi lavati nuovamente le mani il pane azzimo viene spezzato dal capofamiglia e distribuito a ciascun convitato. Rendendo grazie a Dio si mangia il pane, le erbe amare e si intinge un pezzetto di sedano nel Kharosèt. Solo allora inizia la cena vera e propria in cui si banchetta con l’agnello. È un pasto ricco e accompagnato da bevande e vini buoni, perché è un convito gioioso. Poi si beve la terza coppa, che accompagna l’azione di grazie al termine del pasto; si versa il vino nella quarta, riempiendo un calice in più per Elia e si apre la porta per permettere sia all’inviato di Dio, sia al povero che passa, di entrare e condividere la mensa. Bevendo la quarta coppa, quella dell’Hallel, cioè dei Salmi di lode che concludono la cerimonia, la liturgia di Pesach è compiuta.

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Cosa significava Pesakh per gli israeliti?

I riti pasquali vogliono risuscitare potentemente ogni anno il ricordo della liberazione degli Ebrei dalla terra d’Egitto, l’Esodo, il momento culminante della storia della salvezza d’Israele. La Pasqua è dunque un memoriale, zikkaron, per il popolo e per Dio: per il popolo perché facendo memoria degli eventi salvifici dell’Esodo ricordi sempre la misericordia di Dio e sia sempre a Lui riconoscente; per Dio perché guardando questi riti veda la riconoscenza del suo popolo per i suoi interventi salvifici e rinnovi questi prodigi anche in futuro, soprattutto inviando il suo Messia. Si intende così celebrare Dio come salvatore misericordioso che irrompendo nelle vicende umane ha realizzato le promesse fatte ad Abramo. L’Esodo è una sorta di “vangelo” dell’Antico Testamento, in esso sono contenute tutte le tappe più importanti della salvezza del popolo ebraico, dalla liberazione in Egitto, al viaggio nel deserto, ai comandamenti, all’Alleanza. Nell’Esodo la parola Pesakh significa passaggio, oltrepassare, riferendosi al passaggio notturno dell’angelo del Signore che uccise i primogeniti egiziani risparmiando gli israeliti: evento che fu determinante per la liberazione dalla schiavitù. In quella notte del mese di Nisan (marzo-aprile), che segna il passaggio dall’inverno alla primavera, Dio ha liberato il popolo d’Israele dall’inverno della schiavitù, ha operato il passaggio verso una nuova stagione di libertà. Partecipando alla cena pasquale ogni ebreo è chiamato a rivivere dentro di sé la liberazione del suo popolo, dice il Talmud: “in ogni generazione uno si deve considerare come se lui stesso uscisse dall’Egitto”. Il Seder pasquale è quindi un dono di Dio, un’opportunità che Egli offre a ogni ebreo per ri-sperimentare la redenzione. Per questo tutti gli elementi che costituiscono il pasto rituale della pasqua ebraica sono legati alla notte della liberazione: l’agnello è lo strumento con il quale Dio preservò gli ebrei dallo sterminio dei primogeniti perché con il sangue dell’agnello segnarono gli stipiti delle loro case; le erbe amare significano l’amarezza della schiavitù d’Egitto; il kharoset di colore rossiccio ricorda i mattoni fabbricati dagli schiavi; il pane non lievitato è il ricordo dell’umiliazione e della povertà degli schiavi che non potevano aspirare ad un pane migliore, ma è anche il segno della libertà, perché quando scoccò l’ora della liberazione, tutto si svolse con tale rapidità che gli Ebrei non ebbero neppure il tempo di far lievitare il pane e uscirono con le loro provviste di pane azzimo non cotto (Esodo 12, 34). Secondo la spiritualità del Pesakh, che è legata alla festa degli Azzimi, il lievito è simbolo dell’istinto malvagio che abita nell’uomo: l’arroganza, la superbia, la grossolanità, la volgarità, la decadenza, la noia, la menzogna, la durezza del cuore e del volto. Il pane azzimo invece simboleggia l’istinto buono, la semplicità, il non avere pretese, la rapidità nell’operare il bene, la prudenza, l’umiltà e la verità. L’eliminazione del lievito è quindi segno dell’eliminazione da sé di ogni traccia di istinto malvagio, l’ebreo non può sperimentare di essere redento dalle impurità dell’Egitto, se non entra nell’umiltà e nell’obbedienza. Nella notte di Pesakh gli ebrei purificano la loro anima attraverso una conversione interiore e spirituale. Durante il Seder ogni commensale beve quattro coppe di vino. Le coppe sono quattro perché la salvezza, lungo la storia, si è manifestata attraverso molte salvezze, ma quattro sono quelle fondamentali, da cui derivano tutte le altre, le quattro notti scritte nel Libro dei Memoriali: la notte della creazione del mondo, la notte della fede di Abramo, quando offrì in sacrificio il figlio Isacco, la notte della liberazione dall’Egitto e la notte della liberazione definitiva.

Che rapporto c’è tra Pesakh e Sacrificio di Cristo?

Si nota chiaramente un parallelismo tra la pasqua ebraica e il mistero pasquale cristiano: ciò che il popolo d’Israele fece nella notte di liberazione servirà come memoriale per rievocare la liberazione stessa nella festa di Pesakh, analogamente ciò che Gesù fece nell’ultima cena, in procinto di andare verso la passione, servirà nei secoli come memoriale dell’opera redentrice nella Santa Messa. Il banchetto eucaristico conserva gli aspetti essenziali dell’antica pasqua ebraica, ma li trasporta sul piano della salvezza definitiva. La pasqua ebraica è un segno che commemora un evento passato, manifesta un presente e preannuncia un futuro e così anche l’eucaristia ha una dimensione passata, presente e futura:

  • dimensione passata: come la pasqua antica era il memoriale dell’evento della redenzione d’Israele, così l’eucaristia è il memoriale dell’evento salvifico di Cristo, cioè della redenzione da lui operata morendo e conquistata risorgendo;

  • dimensione presente: come il memoriale celebrato annualmente faceva rivivere gli avvenimenti della redenzione del popolo d’Israele, per cui i convitati diventavano contemporanei ai loro padri e si consideravano salvati con loro, così l’eucaristia rende presente la redenzione operata da Cristo, facendo entrare i partecipanti nell’opera redentrice compiuta una volta per tutte, ma sempre attuale e operante;

  • dimensione futura: come il convito pasquale era un atto di fede ed una profezia della salvezza messianica futura, così l’eucaristia mentre celebra l’atto salvifico di Cristo, proclama e anticipa la perfetta e definitiva salvezza nell’eternità beata.

Gesù con gli oggetti, le pietanze, i simboli e i gesti della pasqua ebraica rappresenta nell’ultima cena ciò che avverrà l’indomani alla sua persona. Vuole esprimere la sua morte, rappresentare l’effusione del suo sangue e spiegarne il significato salvifico. In tal senso la morte di Cristo in croce rappresenta la vera pasqua, il vero evento salvifico, il vero passaggio che compie Gesù passando da questo mondo al Padre stabilendo l’inizio di una Nuova Alleanza per la redenzione di tutta l’umanità. Giovanni, nel suo vangelo, introducendo l’ultima cena, richiama proprio il significato della parola Pesakh, che vuole dire passaggio, attribuendolo a Gesù: “Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Giovanni 13, 1). Gesù dunque rinnova la Pasqua ebraica, trasformandone il significato. Così come nell’antica pasqua il sangue dell’agnello aveva salvato gli ebrei dal flagello liberandoli dalla schiavitù d’Egitto, così nella nuova pasqua il sangue di Gesù salva gli uomini liberandoli dalla schiavitù del peccato, aprendo loro le porte del regno dei cieli. Il contesto pasquale in cui Gesù ha collocato l’eucaristia mette bene in luce l’aspetto sacrificale perché la pasqua ebraica veniva celebrata con un convito sacrificale, il Seder, in cui si banchettava con l’agnello immolato nel tempio. Quell’agnello rappresentava Gesù. Giovanni Battista fornì prova di questo quando, ispirato dallo Spirito Santo, proclamò Gesù “l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo” (Giovanni 1, 29). In molti altri passi del Nuovo Testamento si ritrova questa analogia:“Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!” (1Corinzi 5, 7); “con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia” (1Pietro 1, 19). Nell’Apocalisse Gesù viene ripetutamente chiamato Agnello, dunque emerge più volte la figura dell’agnello immolato che con il suo sangue ha operato la redenzione, la liberazione, il passaggio dalla morte eterna alla vita eterna: (Apocalisse 5,6; 5,12; 7,14; 12,11; 19,7; 21,9; 22,14). Rispetto al calendario rituale ebraico Gesù ha anticipato di un giorno la cena pasquale così che l’ora nona della sua morte nel giorno di Pesakh coincidesse con il momento in cui nel tempio si dava inizio all’immolazione degli agnelli pasquali che dovevano essere senza difetto e ai quali non doveva essere spezzato alcun osso. Nell’ultima cena interagiscono tutti i temi sacrificali della legge antica, ma vengono proiettati sul piano della salvezza eterna: l’olocausto, il sacrificio conviviale, il sacrificio pasquale, il sangue dell’Alleanza e il sangue espiatorio. Infatti Gesù durante la cena “offrì se stesso a Dio” (Ebrei, 9, 14) per la remissione dei peccati, promulgando una Nuova Alleanza e disponendo un testamento in cui lasciava in “eredità eterna” (Ebrei, 9, 15) ai suoi discepoli, il regno del suo Padre (Matteo, 26, 29; Luca, 22, 29-30). Le anticipazioni della cena si realizzano, il giorno seguente, nel sacrificio della croce che scioglie e consuma il valore transitorio di tutti i sacrifici levitici, per imporsi e risaltare come il sacrificio perfetto e intramontabile. Ordinando: “Fate questo in memoria di me” (Lc 22, 19; 1 Cor 11, 24), Gesù vuole che il convito sacrificale sia un segno che, lungo i secoli, possa essere ripetuto in tutte le comunità cristiane: memoriale efficace della sua presenza in mezzo ai suoi, del suo sacrificio offerto a Dio per la salvezza di tutti, ed allo stesso tempo sacramento della comunione dei discepoli tra di loro e con il loro Signore sempre vivente. Nella Santa Messa si ripresenta sacramentalmente il sacrificio della croce perché tale sacrificio non fu solo un fatto temporale, ma anche glorioso, celeste ed eterno. È la risurrezione di Cristo che ci ha rivelato il valore celeste e glorioso, e per ciò intramontabile, del sacrificio della croce. Tale sacrificio è perennemente presente dinanzi a Dio. Egli siede in continua e gloriosa intercessione per noi alla destra del Padre. Dunque è Gesù risorto che rende presente nell’eucaristia il sacrificio della croce. Cristo, in virtù della sua signoria e con l’istituzione nell’ultima cena, ha legato il suo sacrificio temporale capace di “redenzione eterna” (Ebrei 9, 11) al nostro spazio e alla nostra storia, perché fosse fruibile mediante i segni da lui istituiti. Nel sacramento eucaristico si ripresenta, rivive e rinnova il sacrificio della croce a motivo della condiscendenza del Signore, il quale, potendo disporre del sacrificio del suo Corpo e del suo Sangue, incessantemente lo ridona a noi. Ogni volta è dal Crocifisso risuscitato che noi riceviamo il “Corpo dato” e il “Sangue sparso”. Infatti i sacerdoti che celebrano la Santa Messa non agiscono in nome proprio, ma in nome e per la potestà di Cristo – in persona Christi – in atto in cielo e sulla terra.

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La Pasqua ebraica è strettamente legata alla festa dei Pani Azzimi, una festa di sette giorni in cui si deve mangiare solo pane non lievitato (Levitico 23, 6-8). Si tratta di un rito originariamente agricolo che vuole festeggiare la nuova messe con una rottura simbolica con la vecchia riserva. Il lievito infatti stabilisce una continuità tra il pane di oggi e quello di ieri e dei giorni precedenti, perché il lievito naturale è preso dalla pasta fermentata il giorno antecedente. Il pane azzimo se fatto con la farina del nuovo raccolto, segna un nuovo inizio. Ma c’è anche un significato spirituale di questa festa. Il pane non lievitato, oltre a ricordare l’amarezza della schiavitù e la liberazione dall’Egitto, è anche un richiamo all’umiltà davanti a Dio, perché il lievito fa gonfiare la pasta come l’orgoglio fa gonfiare il cuore dell’uomo. La festa degli Azzimi, in concomitanza della Pasqua, è dunque un tempo in cui oltre a togliere il lievito dal pane e a pulire le cose esteriori, infatti si operava una pulizia generale della città di Gerusalemme e la minuziosa pulizia delle case, bisogna anche impegnarsi a pulirsi interiormente. Per noi cristiani il corpo puro e innocente di Gesù è il pane azzimo che è morto in croce per liberare il peccatore pentito dalla prigionia del peccato ed è risorto per nutrirlo in eterno con la mensa della parola e del pane della salvezza. Paolo, riferendosi alla festa degli Azzimi, afferma che siccome Gesù Cristo ci ha redenti, allora dobbiamo impegnarci quotidianamente a combattere il peccato per non cadere in tentazione, il lievito, camminando liberamente verso la santità, il pane azzimo: “Il vostro vanto non è una cosa buona. Non sapete che un po’ di lievito fa lievitare tutta la pasta? Purificatevi del vecchio lievito, per essere una nuova pasta, come già siete senza lievito. Perché anche la nostra Pasqua, cioè Cristo, è stata immolata. Celebriamo dunque la festa, non con vecchio lievito, né con lievito di malizia e di malvagità, ma con gli azzimi della sincerità e della verità” (1Corinzi 5, 6-8). Risorgendo dagl’inferi Cristo ci ha confermato la sua divinità e la verità di tutto ciò che ha fatto e insegnato. Passando dalla morte alla vita Egli ha illuminato il suo sacrificio: ci ha liberati dal peccato per farci accedere ad una nuova vita (Romani 6, 3-11). Come gli ebrei celebravano gli Azzimi unitamente alla festa di Pesakh per rivivere intensamente la redenzione del loro popolo dalla schiavitù d’Egitto, così noi cristiani dobbiamo accostarci al convito sacrificale del pane azzimo, l’Eucaristia, per rivivere intensamente la redenzione di tutto il genere umano operata da Gesù vittorioso. Egli, avendo distrutto la morte e vivendo e regnando in eterno, permette ai cristiani che celebrano la Messa di ripresentare il suo sacrificio affinché anche loro vivano dentro di sé il passaggio pasquale: muoiano come peccatori per risorgere ad una nuova vita libera dai peccati e contrassegnata dalla testimonianza, con la fede e con le opere, dell’amore di Dio per l’uomo. I cristiani che si accostano alla Messa, la nuova Pasqua, hanno dunque la possibilità di vivere nel loro intimo “gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Filippesi 2, 5) quando faceva il Sacrificio di sé: l’umile sottomissione dello spirito, cioè, l’adorazione, l’onore, la lode e il ringraziamento alla somma maestà di Dio; nonché la riproduzione in noi stessi delle condizioni della vittima: l’abnegazione di sé secondo i precetti del Vangelo, il volontario e spontaneo esercizio della penitenza, il dolore e l’espiazione dei peccati. Per poter dire con San Paolo “sono confitto con Cristo in Croce” (Galati 2, 19) i cristiani sono chiamati a vivere, nella Santa Messa, la loro mistica morte in Croce con Cristo così da contemplare pienamente il sacrificio perfetto che li ha fatti passare dalla morte alla vita.

FINE

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