La Risurrezione come ‘Atto di primavera’

Giovedì scorso, all’età di 106 anni, è scomparso il più grande regista portoghese della storia del cinema, Manoel de Oliveira.

manoel de oliveira

Autore di 32 lungometraggi – ai quali vanno aggiunti 21 cortometraggi –, de Oliveira arrivò tardi al successo e ai riconoscimenti internazionali, anche in ragione del suo orientamento politico/artistico, piuttosto critico con il colonialismo portoghese e col regime di Salazar. In un certo senso, si può dire che cercò di ‘recuperare il tempo perduto’ nei suoi ultimi anni di vita, riuscendo a girare film anche in tardissima età (ben tre dopo aver compiuto 100 anni).

Come moltissimi artisti del secolo scorso, ebbe un rapporto ambivalente con la religione. In un’intervista del 1997, si definì un «cattolico a rovescio», paragonandosi a Buñuel che, come lui, si era formato culturalmente studiando in un collegio gesuita. A differenza dello spagnolo, tuttavia, pur non riuscendo a sentirsi pienamente in comunione con la Chiesa, non fece mai pubblica professione di ateismo, arrivando a dire – nella medesima intervista – di non riuscire a definirsi cattolico «perché essere cattolici è difficile». Per poi aggiungere: «Preferisco essere considerato un grande peccatore»1.

In occasione della visita di Papa Benedetto XVI in Portogallo del maggio 2010, tuttavia, de Oliveira ricevette l’incarico di tenere il discorso di benvenuto, in occasione dell’incontro del Pontefice coi rappresentanti della cultura portoghese al Centro Culturale Belém di Lisbona. In quel discorso, dal titolo Religione e arte, dichiarò di «appartenere alla famiglia cristiana» e di condividerne i valori; aggiungendo poi che «le arti e le religioni sono sempre state strettamente legate» e che, in particolare, «il cristianesimo è stato prodigo di espressioni artistiche». Era stato ancora più esplicito in un’intervista rilasciata un mese prima dell’incontro col Papa. In quell’occasione, de Oliveira, oltre a ribadire di essere cresciuto nella fede cattolica, volle sottolineare il fatto che, al di là della sua scarsa ortodossia e di tutti i suoi dubbi, la dimensione religiosa lo aveva sempre accompagnato nell’arco della sua lunga vita, anche nell’attività artistica. «Tutti i miei film sono religiosi», disse 2.

Su questo possiamo senz’altro concordare con lui. È indubbio che in moltissime delle sue opere si trovino molto frequentemente personaggi che riflettono i suoi tormenti in materia di fede – dibattendosi in situazioni nelle quali centrali sono i concetti di colpa e di peccato –, riferimenti biblici, talvolta persino vere e proprie figure tipologiche di origine evangelica. Girò anche un film biografico sulla vita di un grande predicatore gesuita secentesco, padre António Vieira: Parola e utopia (Palavra e utopia, 2000).

La sua opera più importante, dal punto di vista religioso, rimane tuttavia Atto di primavera (Acto de primavera, 1963). A prima vista, il film appare una sorta di documentario antropologico sulla rappresentazione di una Passione di Cristo, agita da tempo immemorabile dagli abitanti del villaggio portoghese di Curalha, a partire da un testo drammatico in versi, composto dal poeta cinquecentesco Francisco Vaz de Guimarães. In quest’ottica, la pellicola ha un indubbio valore storico, essendo uno dei pochissimi documenti video che permettono di apprezzare la messa in scena di una ‘sacra rappresentazione’ di impianto tardo medievale e la sua natura di ‘patrimonio religioso e culturale immateriale’,  trasmesso all’interno di una comunità, di generazione in generazione.

De Oliveira, tuttavia, non si limita a documentare piattamente ciò che vede, ma, in modo assolutamente coerente con la natura del rito che filma, cerca di riflettere sull’essenza stessa del messaggio cristiano. Da una parte, calandolo nella vita quotidiana degli abitanti di Curalha, i quali – come si vede nel film – si guadagnano da vivere svolgendo lavori umili, assai vicini a quelli dei protagonisti dei racconti evangelici; in questo senso l’irruzione del rito in una quotidianità che è essa stessa intrisa di azioni e ritmi naturali e ‘senza tempo’ appare quanto mai naturale e necessaria. D’altra parte, de Oliveira riflette anche sulla ‘sorprendente attualità’ dell’annuncio cristiano, in un periodo in cui era incombente la minaccia di terribili sconvolgimenti apocalittici (il film venne girato nei mesi in cui, a causa della crisi di Cuba, il pericolo della guerra atomica era quanto mai concreto). In quest’ottica, il trionfo del male, qui rappresentato dal demonio nella rappresentazione sacra e dall’incubo nucleare nella realtà, può essere sconfitto solo dalla fede in Cristo e nel suo ‘atto di primavera’ per antonomasia, la Risurrezione, che vince la morte attraversandola e trovando la Vita dall’altra parte.

Il film viene qui presentato nella versione sottotitolata, andata in onda su Rai 3 nella trasmissione Fuori orario. Buona visione!

 

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1Judy Stone, Eye on the World. Conversations with International Filmmakers, Silman-James Press, Los Angeles, 1997, pp. 496–497.

2Luís Filipe Santos, Manoel de Oliveira já tem discurso para o Papa: http://www.agencia.ecclesia.pt/noticias/nacional/manoel-de-oliveira-ja-tem-discurso-para-o-papa/

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