Quale danza per la liturgia? [parte prima]

Da oggi, comincia la pubblicazione di un bel saggio del nostro socio Luigi Martinelli nel quale si sviluppa la questione del rapporto tra danza e liturgia cattolica.

DANZA E LITURGIA: I TERMINI DELLA QUESTIONE

Henri Matisse, La danza (1910). Museo dell'Ermitage, San Pietroburgo.
Henri Matisse, La danza (1910). Museo dell’Ermitage, San Pietroburgo.

Quando nel 1466 il nobile boemo Leo von Rožmital giunse a Brescia visse una strana esperienza. Su una collina vicino alla città vide una folla immensa, uomini e donne, accorsi dai dintorni, come ogni anno a quella stessa data, per danzare senza posa dall’alba al tramonto, cosicché il giorno dopo, completamente sfiniti, bisognava riportarli indietro con dei carri. Una punizione divina li obbligava a ciò, poiché una volta della gente che danzava su quella stessa collina aveva trascurato di salutare l’ostia consacrata portata da un prete1.

Il musicologo tedesco Curt Sachs, autore di una pionieristica Storia della Danza, sostiene che la danza è e produce estasi. L’uomo, sin dalle civiltà primitive, attraverso la danza coreutica sacra o rituale trascende il corpo e la materia, si libera dalle costrizioni terrene abbandonandosi alla beatitudine di un gioco consacrato, all’ebbrezza che lo allontana da se stesso, dalla monotonia della vita di ogni giorno, dalla realtà tangibile e dalla prosaica esperienza quotidiana e giunge là dove immaginazione, fantasia e sogno si destano e diventano forze creative. Si tratta di un viaggio alla ricerca della propria identità. Nell’estasi della danza l’uomo è partecipe dell’aldilà, del mondo dei demoni, dello spirito e di Dio. Invasato e rapito nell’estasi prodotta dall’esaurimento delle forze fisiche e dalla monotonia del ritmo, egli rompe i ceppi terreni e si sente pervadere dal soffio dell’universo. Così la danza manifesta l’estrema tensione spirituale, per divenire ricerca della divinità, mezzo di comunione con forze che, al di là dell’umano potere, determinano il destino. Essa esalta e dilata i sensi producendo una travolgente trasformazione della coscienza che può assumere un carattere di abbandono con esiti imprevisti2. Sono numerosi gli studi antropologici ed etnologici che testimoniano il potere estatico della danza sacra. Il dott. Carlo Susa, storico del teatro3, interpellato appositamente per l’elaborazione di questo testo, afferma che

nelle ritualità religiose della maggior parte delle culture umane la danza ha una funzione precisa, cioè quella di favorire l’insorgere di stati di coscienza alterati “propedeutici” a fenomeni possessione dell’individuo da parte del nume. Proprio questa concezione di “possessione” è in aperto contrasto con l’intima natura della religione cristiana che invece si costituisce sul principio dell’incontro con Dio attraverso la logiké latreia, la rationabilis oblatio, la liturgia secondo ragione conforme al logos. Alla Santa Messa il fedele sta di fronte al Mistero, lo ascolta nella Sacra Scrittura, lo contempla e lo adora realmente presente nelle specie eucaristiche; al termine del rito si nutre del Corpo di Cristo, ma solo dopo aver scelto liberamente di farlo.

L’episodio vissuto dal nobile Rožmital alle porte della nostra città è sintomatico. La danza sfrenata dei nostri antenati bresciani sulla collina nella seconda metà del quattrocento è un’anticipazione degli odierni rave party, veri e propri rituali in cui la cultura del ballo è legata a quella dello sballo. Così la danza sfocia nell’estasi. Ma la funzione divina cristiana è antiestatica4. I Padri della Chiesa e diversi concili condannarono l’uso religioso e cultuale della danza, molto diffuso presso i culti pagani, proprio per la sua potenzialità estatica fuori controllo che inganna l’uomo facendogli credere di avere toccato il cielo con un dito quando in realtà è rimasto a terra, ripiegato su sé stesso, senza aprirsi alla Verità5. Questa tensione estatica prodotta dalla danza corale e collettiva espone l’uomo nello spazio come un’antenna in balia di onde “spirituali” che possono intercettare un segnale positivo, ma anche negativo che può avere conseguenze destabilizzanti sull’anima, aprendo la porta al peccato e all’azione del demonio. Non si mette al bando l’uso della danza nella liturgia secondo un generale disprezzo del corpo e della corporeità, ma perché l’uso del corpo che viene richiesto dalla danza è assoluto, assorbe l’uomo in sé medesimo, in un certo senso lo esalta e lo annulla al tempo stesso, e quindi non è adatto all’obiettivo primario del culto cristiano, ovvero la concretizzazione di una libera, consensuale, partecipata relazione con Dio. La liturgia richiede una partecipazione attenta e vigile. Gli stessi Padri della Chiesa che condannano la danza praticata sulla terra, lodano la danza corale che si svolge tra i beati nel cielo per celebrare la gloria di Dio. Dunque essi riconoscono il valore positivo della danza come atto comunicativo totale, attraverso la quale il corpo esprime l’anima, tuttavia la associano a chi è già salvo e vive nella perfezione di Dio e non è più soggetto alla debolezza della carne umana, alla tirannia del peccato, ai sotterfugi del demonio6.

Carlo Susa ha successivamente chiarito i presupposti storico-culturali che hanno determinato l’esclusione della danza dal culto cristiano:

il fatto che la danza non faccia parte della tradizione liturgica cristiana non è da addebitare solo ai Padri della Chiesa “platonizzanti”, ma anche a profonde ragioni storiche sostanziali. Nella religione ebraica la danza, con Davide, entra a far parte della liturgia del Tempio venendo associata a momenti di giubilo. Ciò è in qualche modo “permesso” dal fatto che essa fa parte delle manifestazioni di gioia del popolo ebraico già dai tempi di Mosè (si veda l’episodio dell’attraversamento del Mar Rosso, narrato in Es 15,20). Le cose cominciano tuttavia a cambiare per gli Ebrei con i Maccabei, in coincidenza con la battaglia culturale contro l’ellenizzazione dei costumi. Qui gli Ebrei entrano in contatto con lo spettacolo e la danza greci, fenomeni palesemente pagani. Già a quest’altezza si comincia a cambiare atteggiamento nei confronti della danza, circoscrivendo il più possibile i confini della danza sacra. La posizione dei rabbini nei confronti della danza cambierà definitivamente con la diaspora: distrutto il Tempio, decade la liturgia ad esso legata, ed essendo il popolo ebraico in “lutto perpetuo”, le manifestazioni di giubilo vengono cassate dalle prassi rituali. Certo questo non significa che la danza sia sparita dalla cultura ebraica – anzi molto tempo sarebbe rimasta l’unica forma artistica performativa praticata dagli Ebrei –, ma per più di mille anni essa rimarrà al di fuori dell’ambito rituale ortodosso.

Il cristianesimo nasce quindi all’interno di un ebraismo che già guarda con sospetto la danza. In questo senso è significativo che i Vangeli non parlino mai di danze di Gesù o dei discepoli (mentre, ad esempio, parlano di canti…). Anzi, l’unico episodio in cui la danza entra in gioco è quello della decapitazione di Giovanni Battista, la cui testa, com’è noto, nella corte ‘paganeggiante’ del re Erode, è offerta come premio per una performance coreutica.

Benozzo Gozzoli, "La danza di Salomè" (1462), National Gallery, Collezione Kress, Washington.
Benozzo Gozzoli, “La danza di Salomè” (1462), National Gallery, Collezione Kress, Washington.

Di lì in avanti il cristianesimo guarderà ‘di traverso’ la danza, che verrà sempre considerata una manifestazione di culto pagano. Nel tardo medioevo questa posizione si ammorbidirà, nel senso che inizieranno ad essere tollerate forme di danza ‘lecita’, che tuttavia rimarranno sempre confinate al di fuori dell’ambito del rito cristiano, arrivando al massimo a caratterizzare qualche forma paraliturgica. Semplificando, si può dire che la posizione della Chiesa è che la ‘danza lecita’ non è né contra fide, né pro fide, ma extra fide.

1 ROŽMITAL, Leo, Ritter-Hof-und Pilger Reise 1465-1477, Stuttgart, 1844.

2 SACHS, Curt, Storia della danza, Il saggiatore, 1966, pp. 21-24, pp. 69-70.

3 CARLO SUSA, dopo la laurea in Lettere Moderne, si è specializzato in «Teoria e storia della rappresentazione drammatica», discutendo una tesi sul ruolo dei personaggi ebrei nel teatro religioso medievale europeo. Da quasi quindici anni, svolge attività didattiche a livello accademico presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia e l’Accademia di Belle Arti Santa Giulia di Brescia. Autore di diverse pubblicazioni scientifiche, è anche coautore e curatore di un manuale accademico «Storia essenziale del teatro». Dal 2006, cura un progetto di «teatro di comunità» inserito tra gli eventi del Festival di Teatro Sacro “Crucifixus”. Occasionalmente si dedica all’attività di drammaturgo. È presidente dell’Amicizia San Benedetto – Brixia.

4 GERL, Hanna Barbara, «Mangiate in fretta l’agnello». Estasi e liturgia cristiana, «Communio. Rivista Internazionale di Teologia e Cultura», 129 (1993), pp. 35-42.

5 KUNZLER, Michael, La liturgia della Chiesa, Jaca Book, Milano, 2003, p. 166.

6 Ibidem.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...