Quale danza per la liturgia? [parte terza]

Terza e ultima parte del saggio di Luigi Martinelli.

QUALE DANZA PER LA LITURGIA

New Liturgical Movement copenhagen3lt1

Che cosa insegna alla nostra decadente liturgia postmoderna l’esperienza della danza espressionista e del teatrodanza? Ci insegna che ogni gesto è significativo, espressivo e può essere danza. Dunque anche ogni gesto liturgico che eseguiamo durante il rito della Santa Messa può essere considerato una danza. Tutta la liturgia con le sue azioni efficaci è una coreografia: dal segno di croce iniziale a quello finale. Non serve importare cose nuove, danza esotiche, ma riscoprire quello che già c’è. La condizione necessaria affinché le nostre liturgie si trasfigurino in danza è l’esecuzione corale dei gesti prescritti, da parte di tutti i partecipanti al rito, fedeli e clero. Occorre dunque impegnarsi affinché nelle nostre liturgie si dia rinnovata importanza alla preghiera del corpo poiché, nonostante le dichiarazioni roboanti dei teorizzatori, dei creatori e dei sostenitori della liturgia postconciliare, il suo ruolo sembra essere stato trascurato, concentrando il lavoro di riforma e di rilancio della liturgia solamente sui testi, sulle traduzioni, sui contenuti e sullo stile retorico. La tanto sbandierata partecipazione attiva del Novus Ordo è limitata alla dimensione mentale e uditiva, conseguenza di un’operazione razionalizzante che ha messo in sordina la gestualità rituale. Così oggi ci troviamo di fronte ad una liturgia verbale, razionale, didascalica, informativa, sentimentale, contraddistinta dalla verbosità e dalla sovraesposizione fonetica. L’oblio della pragmatica rituale nel cattolicesimo ha reso le nostre liturgie più aride. Sono in grado di chiarificare concetti e sciorinare informazioni, ma incapaci di generare senso ed esperienza trasmettendo il senso del sacro e del mistero, ovvero la grazia dello Spirito Santo che opera nei sacramenti. Da contesto privilegiato dell’incontro con Dio, la liturgia è divenuta luogo di ascolto di chi ci parla di Dio. Per questo è urgente educare i fedeli (magari sin da bambini al catechismo) alla preghiera liturgica con il corpo, valorizzare i gesti che già sono presenti, la loro esecuzione corale da parte della comunità riunita, il recupero dei gesti perduti. È notorio come nella liturgia postconciliare i gesti siano stati ridotti al minimo, all’essenziale, per la paura freudiana di scadere nel ritualismo, nel formalismo, nel rubricismo. Prendiamo, per esempio, il gesto del battersi il petto. Se nella liturgia postconciliare questa azione è presente, per quei pochi che ancora la praticano, solo al Confiteor, nella liturgia preconciliare si compie anche durante l’Agnus Dei e prima della Comunione. Per non parlare degli inchini, le genuflessioni, i segni della croce, le processioni: tutto ridimensionato e lasciato alla libera scelta del singolo. Ovviamente la gestualità della liturgia cattolica non è mai esagerata e debordante, ma pacata, umile, uniforme, contenuta, e proprio per questa sua semplicità non ha alcun motivo di essere trascurata e dimenticata. Se un ateo entrasse in chiesa durante la Messa nel momento della recita del Credo e vedesse il popolo di Dio, in piedi, pregare ad alta voce ed inchinarsi profondamente, come un corpo unico ad ogni menzione del nome di Gesù Cristo, capirebbe subito perché e per chi ci riuniamo in chiesa, e percepirebbe immediatamente, in quella potente onda oceanica che si alza e si abbassa, la presenza del Signore in mezzo alla comunità, come se fosse il Signore stesso, con il soffio dello Spirito, a muovere i corpi dei fedeli, spighe di grano che ondeggiano al vento.

Per raggiungere questi obiettivi è necessario recuperare nella performance liturgica anche la dimensione comunitaria1. La liturgia è una celebrazione in cui i fedeli si incontrano e sono disposti a vivere una fede comune. I singoli convergono in una comunità spinti dalla consapevolezza di condividere espressivamente con i loro simili dei valori che investono in profondità la coscienza. Nell’azione liturgica l’apporto del singolo partecipante alla celebrazione è potenziato nell’accordo comunitario, in sintonia con tutti quelli che ora, e in questo ambiente, si dispongono all’ascolto della Parola, si uniscono in un’offerta comune, godono della Presenza divina. In tal senso il rito della Messa è una performance, atto teatrale per eccellenza, in cui i fedeli partecipano comunitariamente esprimendo la loro fede attraverso un codice espressivo condiviso scandito dal ritmo dei movimenti e dei gesti, dall’armonia dei canti e della musica, dalla sacralità delle parole al fine di ripresentare il sacrificio di Cristo. Tra gli esempi liturgici dei moduli più elementari che contraddistinguono l’emergere di un’attitudine comunitaria troviamo la processione, la quale rappresenta una condizione di questo essere con gli altri e per gli altri. Partecipando alla processione si accetta di riconoscersi entro quel sentimento comune che anima il gruppo e che implica il passaggio, reso anche ritualmente e figurativamente evidente, da una condizione di indifferenza e di disordine a una di appartenenza vera e propria. Si riafferma così, attraverso i canti, le litanie e l’incedere ordinato del gruppo, la sua unità: esso si ritrova protagonista di un rito, assimilato intimamente al suo svolgimento2. In tal senso la processione «è una danza elementare ed ha per fine di mobilitare la comunità culturale, cioè la collettività santa, di tradurre in atto la potenzialità. Ogni processione è per così dire una processione sacramentale, giacché essa mete in movimento qualcosa di sacro e distribuisce la potenzialità su un certo perimetro»3. Tutto ciò si riscontra visibilmente in alcune tradizioni liturgiche, come nel rito etiopico o nella forma zairese in cui la danza è «un procedere ritmicamente ordinato, che è conforme alla dignità di quanto viene intrapreso, che riprende e ordina strade diverse disciplinandole interiormente nella liturgia, conferendo loro bellezza e, soprattutto, dignità divina»4.

Nonostante la retorica dei liturgisti postconciliari, nella celebrazione del Novus Ordo l’assemblea viene valorizzata solo parzialmente, perché si punta quasi esclusivamente ad un suo coinvolgimento intellettivo. Così sempre più spesso ci troviamo di fronte ad un one-man show, dove uno parla e gli altri sentono (non sempre ascoltano). La coralità si esprime quasi esclusivamente a livello vocale, nella recita del testo liturgico o nel canto di canzoni che intendono commentare i vari momenti della celebrazione. In un tale contesto razionalizzante il canto ha assunto un ruolo sproporzionato rispetto al ruolo che tradizionalmente gli era riservato nella liturgia, per cui ora non si canta più la Messa, ma nella Messa. Dunque si è perduta la dimensione corale tridimensionale con la quale i celebranti, clero e fedeli, partecipavano in maniera interattiva intrecciando gesto, canto e parola. Non era così in passato. La tradizione rituale cattolica è un tesoro performativo che aspetta di essere riscoperto nell’interesse di tutti. La forma liturgica preconciliare, nonostante le distorsioni, i fraintendimenti e i frequenti abusi perpetrati nel corso dei secoli dal clero ai danni del popolo ignorante, conserva nella sua struttura rituale, nel proprio “testo” performativo, quella tensione tipica della ritualità arcaica, premoderna, preindustriale in cui si credeva nella forza creatrice e trasformatrice dei gesti e delle parole, che dovevano essere eseguiti e pronunciate meticolosamente per garantire l’efficacia del rito. In essa la performance rituale crea il senso, l’esperienza, la relazione tra il coro in movimento verso l’oriente dei presenti e il Signore che si manifesta e viene loro incontro. In tal senso il rito è come la figura di un solido, a cui i partecipanti con le loro azioni danno una forma che aspetta di essere riempita dalla massa, Dio. Infatti la liturgia cristiana non è esclusiva azione dell’uomo, ma azione di Dio che si muove verso l’uomo per salvarlo. È il mistero dell’incarnazione. Tant’è vero che nella liturgia antica ci si genuflette ad ogni menzione di tale mistero.

I cristiani allora non devono danzare? La danza è la «madre di tutte le arti»5. Essa ha ricoperto un valore sociale, creativo ed espressivo di notevole importanza nella storia umana e continuerà legittimamente ad averlo in futuro. In questa sede la ricerca si è focalizzata sui punti critici dell’impiego della danza nell’ambito strettamente liturgico della Santa Messa, ovvero in quell’azione rituale che ripresenta il sacrificio di Cristo. Tuttavia la vita cristiana non si riduce alla liturgia. Dunque in tutti i contesti extraliturgici la danza può rivelarsi un mezzo efficace di testimonianza ed espressione della fede anche per i cristiani. Pensiamo alle danze presenti nella pietà popolare in numerose comunità ecclesiali sparse nel mondo. In Europa uno degli esempi più celebri è la processione primaverile di Echternach, nel granducato di Lussemburgo, in onore di san Willibrord.

Alla pietà popolare deve essere riconosciuta un’importanza particolare come ponte tra la fede e le diverse culture. […] La pietà popolare dilata il mondo della fede e gli conferisce la sua vitalità in ogni contesto di vita. Essa è meno universale della liturgia, che nell’unità della fede unisce tra di loro grandi spazi e abbraccia culture differenti; le singole forme della pietà popolare distano quindi tra di loro più di quanto non avvenga perle liturgie, ma incarnano comunque l’umanità concreta dell’uomo, che, al di là delle culture diverse, resta sempre simile sia pure nella diversità delle forme6.

La danza inoltre può diventare un mezzo di comunicazione durante gli incontri di preghiera, di approfondimento spirituale, di formazione e di educazione, nelle rappresentazioni della vita di Cristo e dei Santi. E ancora la danza può essere uno strumento di gioco e di relazione nei momenti di condivisione conviviale tra i fratelli. I cristiani hanno il dovere di manifestare la gioia che hanno ricevuto ricevendo la Buona Novella, la speranza della creazione, della redenzione, e della risurrezione. Tali sentimenti positivi possono legittimamente essere esternati anche con la danza. È positivo il fatto che: «dopo la liturgia, la gioia prima raccolta sfoci in una festa “mondana”, che si esprime nel mangiare e nel danzare insieme, ma che nel contempo non perde di vista il fondamento della gioia, che, del resto, è quello che le conferisce anche la sua misura e la sua ragion d’essere. Questo legame tra liturgia e serena e gioiosa mondanità («Chiesa e osteria») è sempre stato considerato tipicamente cattolico e lo è per davvero»7. In ogni caso, nelle forme di danza extraliturgiche, è sempre importante che il cristiano eviti un isolamento estatico, ma abbia sempre come punto di riferimento Dio e i fratelli, danzare insieme o per gli altri, affinché “tutti siano una cosa sola” (Gv 17,21).

1 si vedano le preziose e pionieristiche ricerche sul coro del prof. APOLLONIO, Mario, Storia dottrina prassi del coro, Morcelliana, 1956, Brescia.

2 DALLA PALMA, Sisto, Il teatro e gli orizzonti del sacro, Vita e Pensiero, Milano, 2001, p. 42-43.

3 VAN DER LEEUW, Gerardus, La religion dans son essence et ses manifestations, Payot, Paris, 1955, p. 68.

4 RATZINGER, Joseph, Introduzione allo spirito della liturgia, cit., p. 195.

5 SACHS, Curt, Storia della danza, Il saggiatore, 1966, pp. 21-24, pp. 21.

6 RATZINGER, Joseph, Introduzione allo spirito della liturgia, cit., p. 195-196.

7 Ibi, p. 196.

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