L’efficacia dell’azione rituale – Alcuni esempi

La liturgia è un rito in cui possiamo scorgere tanti momenti drammatici, che evocano i procedimenti della messa in scena di un dramma teatrale. Ciò accade perché la liturgia è un “teatro misterico”, la mediazione sensibile di un fatto trascendente, in cui l’evento salvifico viene reso presente anche attraverso la drammatizzazione figurativa, ovvero servendosi di una coreografia di gesti, movimenti ed azioni efficaci in grado di comunicare immediatamente allo spettatore un determinato concetto.

MILANO 01 Ott 2011 - CELEBRAZIONE DELLA CERIMONIA DI ORDINAZIONE DI NUOVI DIACONI IN DUOMO, NELLA FOTO L' ARCIVESCOVO ANGELO SCOLA p.s. la foto e' utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e' stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate
MILANO 01 Ott 2011 – CELEBRAZIONE DELLA CERIMONIA DI ORDINAZIONE DI NUOVI DIACONI IN DUOMO, NELLA FOTO L’ ARCIVESCOVO ANGELO SCOLA p.s. la foto e’ utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e’ stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate

Il termine drammatizzazione non vuole chiamare in causa il teatro, ma si riferisce genericamente ad una maggiore espressività della liturgia a livello spaziale, per esempio con le processioni; a livello di testi che vengono strutturati in dialogo; a livello mimico con la riproduzione o l’imitazione dei gesti che appartengono alla storia della salvezza. La drammatizzazione della liturgia quindi non è una rappresentazione teatrale, perché non si finge, ma si rivivono e si ripresentano degli avvenimenti passati, che vengono resi attuali, risaltandone la portata spirituale che possono avere nell’hic et nunc, così i fedeli non sono spettatori passivi, ma partecipanti attivi chiamati a rapportarsi, corpo e anima, con l’evento a cui assistono.

Per i cristiani la rappresentazione rituale della storia della salvezza è possibile perché Dio si è incarnato, ha assunto una veste, un corpo e un’identità umana in Gesù Cristo. È caduto il divieto di rappresentare Dio in vigore presso gli ebrei, perché Dio ha vissuto un’esperienza terrena, relazionandosi e interagendo con gli uomini. Dunque nella liturgia si rendono attuali, si rinnovano, si ripresentano o si imitano i diversi momenti della vita terrena di Gesù, affinché ogni uomo, in ogni tempo, possa rapportarsi con essi ed aprirsi al trascendente attraverso l’immanente. La liturgia è un’azione rituale che ripresenta, sotto il velo di azioni corporee e visibili, l’opera divina della nostra salvazione. Nella ripresentazione liturgica la divinità è mascherata dall’umanità, dalle azioni efficaci del corpo che, riproponendo gli eventi cruciali della nostra redenzione, vogliono interpellare l’anima umana affinché si elevi a contemplare i tesori celesti. Così, nella mediazione sensibile del culto della Chiesa, Dio continua ad agire nella storia1.

Vediamo dunque, di seguito, l’esempio di alcune tra le tante azioni drammatiche, altamente efficaci, che fanno parte del patrimonio liturgico cristiano. Esse sono concentrate nel triduo pasquale che è il culmine dell’anno liturgico, il momento in cui si ripresentano gli eventi salvifici che costituiscono il mistero pasquale. Durante la settimana santa, infatti, la liturgia raggiunge il massimo dell’intensità drammatica: «se l’insieme delle preghiere liturgiche sale direttamente a Dio per lodarlo o per implorarlo, i riti esteriori indirizzandosi ai sensi della percezione tendono a inclinare tutto il corpo in quel movimento di adorazione della creatura verso il creatore»2. I gesti, i movimenti e le azioni efficaci che vediamo di seguito ci aiutano a comprendere l’importanza dell’azione corporea e le sue elevate potenzialità comunicative. Infatti, tali azioni, per essere comprese nel loro intimo significato non abbisognano di commenti, spiegazioni o descrizioni, ma sono azioni che sprigionano il loro messaggio nel momento stesso in cui vengono agìte, canalizzando ed orientando i movimenti della preghiera interiore.

Il rito dell’apertura della porta: si svolgeva nella domenica di passione allorché la processione dei fedeli che portavano i rami d’ulivo, guidata dal clero, giungeva alle porte della chiesa che erano chiuse. Si cantava dunque un inno, il “Gloria laus”, a cori alternati tra coloro che erano dentro la chiesa e coloro che erano fuori. Al termine il suddiacono batteva la parte bassa della croce astile per tre volte sulle porte. Così si aprivano e tutti entravano cantando il responsorio “Ingrediente domino”. Il significato di questo rituale lo possiamo apprendere dal catechismo di San Pio X: «si batte tre volte alla porta della Chiesa, prima che si apra, per significare che il paradiso era chiuso per il peccato di Adamo, e che Gesù Cristo ce ne ha meritato l’ingresso colla sua morte». Il rito simboleggia dunque l’apertura delle porte del paradiso ad opera del Redentore, ma ormai non si pratica più, poiché fu abolito da Pio XII nella riforma della settimana santa, infatti non è più nemmeno contemplato dal Messale “tridentino” del 1962. Ma poiché la conferenza episcopale francese ha concesso delle deroghe per alcuni riti che appartengono alla tradizione gallicana, oggi possiamo ammirare questa azione liturgica in Francia. Nel video seguente (dal minuto 2.00) è infatti possibile osservare il rito dell’apertura delle porte, nella domenica delle palme, presso la cattedrale di Notre Dame a Parigi:

Il rito dell’apertura delle porte viene svolto in varie modalità anche nell’oriente cristiano, ma nella domenica di Pasqua. All’alba del giorno di Pasqua, il sacerdote, con la croce in mano, seguito dai fedeli, si ferma all’esterno della chiesa, davanti alla porta principale e batte la croce per tre volte sulla porta, ripetendo delle formule sulla base del salmo 23 (24). All’interno della chiesa la forza del male, il demonio (interpretato dal sagrestano), chiede chi è che bussa alla porta; alla risposta che è il Signore risorto, le porte si spalancano al terzo colpo. E mentre il demonio scompare, il sacerdote seguito dai fedeli entra in chiesa dove ha inizio il “Mattutino”. Il rito vuole simboleggiare la vittoria di Cristo sul male. Nel seguente video possiamo vedere questo suggestivo rito (al minuto 2.10) celebrato a Civita, in provincia di Cosenza, presso la comunità italo-albanese di rito bizantino. Si notino i rumori prodotti da coloro che impersonano il demonio, a sottolinearne la natura caotica ed il suo scalpitare per l’imminente vittoria di Cristo sulla morte e sul regno delle tenebre.

La lavanda dei piedi: è un rito suggestivo che si svolge nella Chiesa Cattolica, ma anche nelle chiese ortodosse. I cristiani con questo rito vogliono fare memoria dell’amore che Gesù ha avuto per i suoi discepoli, è dunque un simbolo dell’amore fraterno e dello spirito di servizio che i fedeli devono avere gli uni verso gli altri: un uomo ha tanto più diritto d’entrare nel Regno del Cieli quanto più è umile verso il prossimo: «gli ultimi saranno i primi». Dopo l’omelia della Santa Messa in Coena Domini del Giovedì Santo il sacerdote celebrante si toglie i paramenti sacri e si cinge i fianchi con un grembiule, aiutato dai ministranti procede a lavare i piedi a ciascuno dei dodici uomini scelti che raffigurano i dodici apostoli. Ogni uomo porge un piede, il prete lo risciacqua, lo asciuga e lo bacia. Solitamente un Vescovo lava i piedi a dodici presbiteri della sua diocesi o a dodici seminaristi, il parroco quelli dei suoi collaboratori parrocchiali. Negli ultimi anni alla lavanda dei piedi si usa far partecipare anche donne e bambini, tuttavia ciò contribuisce a rendere inefficace tutta l’azione, infatti la lavanda dei piedi è una rappresentazione simbolico-evocativa in cui gli uomini rappresentano gli apostoli. Nella Chiesa Ortodossa il rito della lavanda dei piedi vuole rievocare in modo ancor più nitido la scena che si svolse tra gli apostoli e Gesù poco prima dell’Ultima Cena. Infatti non solo si ripete il gesto della lavanda dei piedi, ma quando il celebrante arriva all’ultimo uomo scelto che rappresenta Pietro si ripete anche il dialogo tra Gesù e il Principe degli apostoli come è riportato nel vangelo. Dunque Pietro si alza e parla con Gesù. Nel video seguente possiamo ammirare la scena della lavanda dei piedi così come si svolge nella Chiesa Russo-Ortodossa di Mosca, un ottimo esempio di liturgia drammatizzata. Si noti l’ingresso dei dodici vescovi in coppia. Tutto è controllato e misurato, nessuna azione è lasciata al caso, poiché tutto concorre all’efficacia del rito nel suo insieme. Il patriarca, spogliatosi degli abiti pontificali, lava i piedi dei dodici vescovi traducendo in azioni ciò che viene proclamato simultaneamente dal diacono che legge il corrispondente vangelo. Al minuto 8.00 c’è il momento in cui il Patriarca, che impersona Cristo, ed un vescovo, che impersona Pietro, recitano le rispettive parti.

Pietro: «Signore, tu lavi i piedi a me?».

Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo».

Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!».

Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me».

Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!».

Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti».

Ufficio delle tenebre: è un rito suggestivo che si svolge nella settimana santa. Si tratta del Mattutino e delle Lodi dei tre giorni del triduo pasquale. In questo caso non assistiamo ad una performance corporea, ma è interessante notare come la tensione drammatica possa essere resa efficace anche attraverso una determinata gestione dell’illuminazione e dei suoni. Si pone in chiesa un particolare candelabro triangolare sul quale sono posizionate 15 candele tutte accese che verranno spente progressivamente dopo la recita di ogni salmo del mattutino e delle lodi. Mano a mano che si termina la recita dei singoli salmi del mattutino se ne spegne una.. L’ultima candela rimasta accesa viene nascosta dietro l’altare e il resto del rito viene recitato in tenebris. Oltre ai mirabili testi, responsori, lezioni e salmi, l’impressione di lutto e di tristezza di questa liturgia è espressa anche scenograficamente dalla graduale estinzione delle luci. Secondo la religiosità popolare lo spegnimento delle candele richiama la defezione generale che visse Gesù da parte dei suoi discepoli nei giorni dell’arresto, della condanna e della morte. Alla fine rimane da sola l’ultima candela che dovrebbe rappresentare Gesù che muore e viene sepolto. Sempre la religiosità del popolo interpretò la rubrica posta alla fine delle lodi, “fragor et strepitus aliquantulum”, un semplice segnale di congedo, come un invito a produrre dei rumori che rievocassero il fragore dei tuoni, del terremoto e delle forze della natura, che si scatenarono alla morte di Gesù, percuotendo libri e mani sui banchi della chiesa fino a quando la candela non sarebbe ricomparsa. Nel video seguente, al minuto 4.05, è possibile vedere la scomparsa della candela e il rumore del tipico “fragor”:

Prostrazione: è un gesto altamente simbolico che si fa con il corpo e il volto stesi a terra. Era frequente in Israele e tra i primi cristiani (Mt 17,6; 26,39; Ap 4,10) come atteggiamento di preghiera. È un gesto intenso, molto potente ed evocativo che richiama valori come l’adorazione o l’umiltà e manifesta la volontà di conformarsi alla morte di Cristo prostrandosi, e conformarsi alla sua risurrezione rialzandosi a vita nuova. Nell’attuale liturgia è in uso solo nei riti del Venerdì Santo e durante il canto delle litanie dei Santi nel corso delle ordinazioni sacerdotali o delle consacrazioni delle vergini. Tuttavia i monaci certosini lo praticano assiduamente nella preghiera personale e nella celebrazione dell’Eucaristia, infatti il monaco celebrante, prima di celebrare, sosta alcuni minuti prostrato davanti all’altare, mentre tutti i monaci si prostrano sempre nella Messa conventuale dopo l’elevazione del calice. Possiamo vedere di seguito la prostrazione del Sommo Pontefice durante la liturgia della Passione, un gesto che si svolge nell’assoluto silenzio ed aiuta i partecipanti al rito ad entrare nel mistero della morte di Cristo:

1 Cfr. BERNARDI, Claudio, La drammaturgia della settimana santa in Italia, Vita e Pensiero, Milano, 1991.

2 HUGLO, Michel, L’intensità drammatica della liturgia della settimana santa, in AA., VV., Dimensioni drammatiche della liturgia medievale, Bulzoni Editore, Roma, 1977, p. 108.

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