«E salirò al tuo monte santo…»

Pubblichiamo una meditazione di Luigi Martinelli, utile a vivere la liturgia alla luce della Sacra Scrittura.

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Accostandoci alla liturgia possiamo vivere l’esperienza di Mosè sul monte Oreb, presso il roveto ardente (Es. 3,1-6).

All’inizio Mosè si trova nel deserto, Dio ha preparato la sua rivelazione in un luogo silenzioso e adatto al raccoglimento:

Ora Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb.

Allo stesso modo, per la liturgia Dio prepara un luogo adatto al raccoglimento, poco illuminato e silenzioso, la chiesa. In tal modo l’uomo viene tolto dallo strepito esteriore e dalle sollecitazioni mondane.

Il roveto ardente attira l’attenzione di Mosè con un’impressione sensoriale.

L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava.

Nell’ambiente della chiesa la liturgia agisce sull’uomo con ogni tipo di stimolo sensoriale: la vista, l’udito, l’odorato. Si serve della materia, non per il godimento, come il mondo, ma come un riflesso della realtà spirituale, così da far cogliere il trascendente attraverso l’immanente.

Fissata l’attenzione, in Mosè interviene la volontà e impone al corpo un movimento: avvicinarsi per vedere meglio. Dio attende al varco.

Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?”.

Così nella liturgia, dopo che è stato risvegliato l’interesse per le cose di Dio, avviene che il fedele si apparta dal mondo e da se stesso, per stare attento davanti a Dio.

Dopo avere disposto tutto accuratamente, Dio chiama Mosè che acconsente subito.

Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: “Mosè, Mosè!”. Rispose: “Eccomi!”.

Allora Dio chiama il fedele, attento e curioso, in attesa di un generoso consenso.

Ottenuto il consenso di Mosè, Dio comanda di compiere un gesto: togliere i calzari. In tutte le teofanie bibliche Dio esige dal suo eletto un atto corporale.

Riprese: “Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!”.

Se come Mosè, il fedele risponde “eccomi”, Dio fa sentire il suo influsso esigendo delle azioni, un nuovo comportamento: partecipare corporalmente alla preghiera liturgica eseguendo tutti i gesti e i movimenti prescritti.

In risposta all’atto di rispetto Dio si rivela.

E disse: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”. Mosè allora si velò il viso, perché aveva paura di guardare verso Dio.”

Le azioni rituali che si compiono durante la liturgia arricchiscono la preghiera interiore e sono un mezzo attraverso il quale Dio rivela il suo essere intimo.

La stessa esperienza che Mosè vive sull’Oreb è vissuta in un modo simile da tutto il popolo d’Israele presso il Sinai. Anche qui possiamo scorgere un’analogia con l’esperienza liturgica.

Dio conduce il popolo in un luogo adatto al raccoglimento

“Al terzo mese dall’uscita degli Israeliti dal paese di Egitto, proprio in quel giorno, essi arrivarono al deserto del Sinai […] dove si accamparono; Israele si accampò davanti al monte. Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò” (Es. 19,1-3).

Dio esige uno sforzo di comportamento e di vigilanza provocando una scossa sensoriale.

“Il Signore disse a Mosè: “Và dal popolo e purificalo oggi e domani: lavino le loro vesti e si tengano pronti per il terzo giorno, perché nel terzo giorno il Signore scenderà sul monte Sinai alla vista di tutto il popolo. Fisserai per il popolo un limite tutto attorno, dicendo: Guardatevi dal salire sul monte e dal toccare le falde. Chiunque toccherà il monte sarà messo a morte.” (Es. 19,10-12)

Quando il popolo adempie ai comandi Dio si rivela e detta la sua volontà.

“Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dei di fronte a me. (Es. 20-,2-3)

Poiché il popolo è meno attento e docile di Mosè, sul Sinai Dio insiste maggiormente sul comportamento rispettoso consistente nel mantenere le distanze tra il luogo in cui Dio si rivela e il luogo riservato al popolo:

Fisserai per il popolo un limite tutto attorno, dicendo: Guardatevi dal salire sul monte e dal toccare le falde. Chiunque toccherà il monte sarà messo a morte. (Es. 19,12).

Scendi, scongiura il popolo di non irrompere verso il Signore per vedere, altrimenti ne cadrà una moltitudine (Es. 19,21).

Il Signore gli disse: “Và, scendi, poi salirai tu e Aronne con te. Ma i sacerdoti e il popolo non si precipitino per salire verso il Signore, altrimenti egli si avventerà contro di loro!”. (Es. 19,24).

Tempo dopo, invitando i notabili d’Israele a salire sul Sinai, Dio farà a Mosè una raccomandazione analoga. Soltanto Mosè si avvicinerà a Dio:

Aveva detto a Mosè: “Sali verso il Signore tu e Aronne, Nadab e Abiu e insieme settanta anziani d’Israele; voi vi prostrerete da lontano, poi Mosè avanzerà solo verso il Signore, ma gli altri non si avvicineranno e il popolo non salirà con lui”. (Es. 24,1-2)

Questi richiami biblici alla distinzione di un’area sacra riservata a Dio li possiamo vivere nella liturgia allorché l’altare o il santuario è separato dalla navata ed il celebrante è separato dal popolo. Il sacerdote è stato separato come Mosè, proprio per essere l’intermediario tra l’uomo e Dio. Il sacerdote per vocazione è un segregato. Egli solo è messo a capo della preghiera liturgica e incaricato di occupare il posto di Cristo mediatore.

Sull’esempio di Mosè, presso il roveto ardente, e del popolo d’Israele, presso il Sinai, accostiamoci fiduciosi alla liturgia, conformandoci ad essa e vivendola corpo-mente-anima, affinché possiamo incontrare il Signore e abbandonarci alla sua volontà per essere trasfigurati secondo il Suo disegno di salvezza.

Fonte: LUBIENSKA DE LENVAL, Helen, La liturgia del gesto, Edizioni Paoline, Catania, 1958.

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