Appunti per un’azione rituale efficace [prima parte]

Cominciamo oggi a pubblicare un saggio in tre parti del nostro Luigi Martinelli, nel quale si cerca di porre le basi per un’applicazione nella liturgia di un concetto tipico delle arti performative, quello di “azione efficace”. Il problema è cercare di capire se un’azione compiuta dal celebrante sia coerente ed efficace rispetto ai principi che la informano e al contesto comunitario in cui avviene.

 

Più fluide, più caotiche sono le convinzioni etiche e religiose,

e più la liturgia deve schiudersi alle prospettive del dramma”.

Sisto Dalla Palma1

azione - 1 Oremus

Nel XII secolo il monaco tedesco Onorio di Ratisbona si spinse a paragonare la Santa Messa ad una rappresentazione teatrale in cui i gesti del sacerdote sono la forma sublimata dei gesti dell’attore, sostenendo che il sacerdote è come un attore tragico che si rivolge al pubblico dei fedeli2.

Partendo da questa immagine ardita vorrei offrire alcuni consigli sui modi di affrontare l’esperienza liturgica attraverso la lente del teatro, prendendo spunto dai pensieri e dagli esempi dei padri del novecento teatrale. Certamente all’interno della tradizione della Chiesa è possibile trovare risposte esaurienti circa il modo di vivere la liturgia, ma in questa sede vorrei usare un punto di vista diverso dall’approccio strettamente religioso ed ecclesiastico che mi auguro possa far emergere riflessioni ed analisi nuove. Mi rendo conto che, parlando di liturgia, tutti i riferimenti teatrali che userò in questo articolo possono apparire stranianti, poiché è opinione comune considerare il teatro e il rito religioso due ambiti distinti, separati, ed il solo pensiero di unirli può risultare sacrilego e profanatorio verso la religione. Tuttavia è anche vero che, storicamente, il teatro stesso nasce, si sviluppa e matura all’interno della tradizione rituale religiosa. In occidente, con il passare del tempo, il teatro si è gradualmente distinto ed emancipato dalla religione divenendo un rito profano autonomo, ciò nonostante i meccanismi che stanno alla base dell’azione teatrale e dell’azione rituale religiosa sono per certi versi simili.

Quando nel presente studio parlerò di teatro, esso non deve essere inteso in senso borghese e spettacolare, ma come attività rappresentativa primordiale che per essere agita richiede un determinato uso del corpo, una disciplina del gesto, del movimento e dell’azione, un’arte del fare e del dire, proprio ciò che è richiesto in un rito, ed è proprio su questi elementi che il mondo del rito e del teatro si avvicinano, si confrontano e si comparano. Il riferimento ad un preciso momento della storia del teatro, quello del novecento, non è casuale, poiché i teorici teatrali di questo secolo sono proprio coloro che per ritrovare le specificità dell’azione teatrale, messa in crisi da altri strumenti di rappresentazione come il cinema o la televisione, hanno attinto a piene mani dal grande mondo del rito e della ritualità, rifondando il teatro su valori performativi universali come: il corpo, la voce, lo spazio, il movimento, l’attore/performer, la relazione tra pubblico e attori/performer3. Tali valori essenziali e originari sono comuni all’esperienza teatrale e all’esperienza rituale e concorrono a costituire l’azione performativa ovvero un’insieme compiuto di azioni corporee, visibili ed efficaci che, legate tra loro, fluiscono ordinatamente per esprimere un determinato concetto. E’ proprio sul terreno dell’attività performativa che si può giocare efficacemente il confronto tra rito e teatro.

In definitiva nel seguente studio, dedicato principalmente ai sacerdoti, ma anche ai fedeli, intendo prendere in considerazione la performance corporea come un campo neutro entro il quale è possibile tessere delle comparazioni tra il mondo del rito e quello del teatro al fine di valorizzare l’esperienza della preghiera rituale offrendo indicazioni e proposte per uscire dalla crisi liturgica contemporanea.

azione - 2 TLM-Bowing

IL PERFORMER E L’AZIONE

Paradossalmente proprio il presente articolo, che intende analizzare la liturgia con gli occhi del teatro, vuole iniziare condannando la teatralizzazione e la spettacolarizzazione della liturgia. Già nel 1143 il monaco anglosassone Etelredo di Rielvaux denunciava con vigore la trasformazione della chiesa in un «teatro» dove i preti, per soddisfare il loro pubblico di fedeli, si abbandonavano a «gesti istrionici» come «l’agitarsi del corpo, la torsione delle labbra, il gioco delle spalle e la flessione delle dita» a ritmo di musica a cui si univano il «gesticolare dei cantori, l’alternarsi e lo spezzarsi di voci degne di una prostituta e i sogghigni» che facevano pensare di essere «venuti ad uno spettacolo e non alla preghiera»4. Ciò accadeva ieri e in altri modi ancora oggi perché probabilmente la maggioranza dei preti concepisce la liturgia come uno spazio personale, un palcoscenico autogestito in cui esibire la propria personalità, dimenticando il fatto che la Messa è un’azione rituale comune a tutta la Chiesa, una performance prestabilita in cui il celebrante è, insieme ai fedeli, un performer in azione.

Il grande regista teatrale Growtoski afferma che «il rituale è performance, un’azione compiuta, un atto. Il rituale degenerato è spettacolo»5. Egli parla di performance rituale riferendosi ad ogni esperienza forte, alta, in cui la corporeità, l’intero processo organico di chi agisce, è coinvolto in maniera profonda e totale e si esprime ritmicamente, articolando il flusso della vita in determinate forme visuali e vocali. Anche la liturgia è un rito, dunque performance. Ma quante volte vediamo degenerare la liturgia in uno spettacolo sotto i nostri occhi? Quante volte i preti si lasciano andare all’improvvisazione e trasformano la Santa Messa in una pantomima? Ciò accade spesso, anche se non dovrebbe visto che la liturgia richiede il rispetto di

un cerimoniale, cioè un programma con certe regole trasmesse e accolte, che deve essere attuato in maniera immutata, perché questo cerimoniale tesse dei legami tra generazioni, scrive una continuità, prende in prestito parole e gesti di ieri, per dire l’oggi e delineare l’avvenire, conferisce rilievo e prospettiva a ciò che è vissuto6.

La celebrazione della liturgia può essere paragonata all’interpretazione di un’opera teatrale da parte di una compagnia di attori. All’inizio c’è un copione scritto da un drammaturgo ed il relativo testo performativo7 ideato da un regista. Questi non sono ancora lo spettacolo, ma solo un’insieme di parole e pensieri. Saranno spettacolo solo nel momento in cui gli attori reciteranno il copione e si muoveranno secondo le indicazioni del regista. Tuttavia gli attori non sono né l’autore né il regista dello spettacolo: devono seguire il copione e il regista restandogli rigorosamente fedeli, ma con quel margine di libertà e di tocco personale che fa sì che una parte del medesimo copione conosca differenti interpretazioni a seconda dei diversi attori che lo interpretano. Lo stesso avviene, fatte le debite proporzioni, con la liturgia. Essa è contenuta nei libri ufficiali della chiesa, ma non è ancora liturgia finché non viene celebrata da un sacerdote e dall’assemblea. Coloro che la celebrano non ne sono gli autori: si tratta di una “partitura” composta dalla Chiesa nel corso dei secoli. Il sacerdote e i fedeli, ciascuno secondo la propria funzione, devono interpretarla con una fedeltà rigorosa, ma anche con quel margine di libertà che imprime una forma particolare alle diverse celebrazioni, a seconda del luogo, delle persone e dei mezzi di cui si dispone8. Se tale partitura non viene rispettata si rischia di stonare, di tagliare la comunicazione o di rompere l’atmosfera, a discapito del senso del sacro e del mistero che la liturgia dovrebbe emanare. Se le azioni liturgiche, che sono azioni efficaci, vengono stravolte, snaturate o cassate, allora l’intera liturgia diviene inefficace e non comunica più nulla. Per questo i gesti liturgici non andrebbero eseguiti sbadatamente, ma agiti in modo unitario con convinzione, intenzione e attenzione, a tutto vantaggio dell’efficacia del culto stesso.

Coloro che agiscono la liturgia, e dunque hanno la responsabilità dell’atto comunicativo, dovrebbero prendere coscienza che la liturgia non è un’accozzaglia di gesti inutili e separati tra loro, non è un’azione improvvisata e costruita a compartimenti stagni, ma una coreografia di gesti intimamente legati tra loro che, se eseguita correttamente, parla e comunica da sé, senza bisogno di inutili e ridondanti spiegazioni raziocinanti o di aggiunte estemporanee. A tal proposito il nemico numero uno del rito è proprio il “didattismo”, spesso pedantemente pedagogico, che assume i toni della predica e del moralismo. Avendo tradotto l’intera liturgia dal latino alle lingue nazionali la riforma liturgica ha prodotto come conseguenza negativa il fatto che spesso il celebrante non si attiene scrupolosamente alle parole rituali indicate nel Messale, ma si abbandona ad un effluvio di parole di tipo esageratamente esplicativo e moralizzante che affoga l’azione invece di entrare in essa. Proprio in questa libera loquacità dei celebranti si riscontra il maggior rischio di spettacolarizzazione della liturgia, poiché in tal modo i celebranti si trasformano in una sorta di attori protagonisti di imprecisati one-man-show improvvisando monologhi adatti ad un teatro-autorale più che ad un’azione rituale. Purtroppo dietro questo verbalismo esasperato mascherato da spontaneismo, si nasconde una sfiducia nel rito che si traduce in una banalizzazione della liturgia. Per questo motivo si tende a spiegare, legittimare e persino scusare il rito con le parole, perché non si crede più nell’efficacia dell’azione rituale in quanto tale. Purtroppo nel post-concilio si tende a privilegiare il linguaggio verbale, trascurando il linguaggio dei gesti e degli atteggiamenti, tuttavia è importante comprendere che il messaggio rituale non viene espresso solo con le parole, ma con tutto il corpo in azione.

Il teologo francese Louis-Marie Chauvet afferma che la liturgia deve fare ciò dice, non dire ciò che fa, essa è primariamente una “urgìa”, un’azione, non è una “logìa”, un “sapere su” come la teologia, dunque la parola deve essere messa al servizio dell’azione. Chauvet è dell’opinione che si debba rispettare pienamente il momento sacramentale in quanto tale, senza appiattirlo evocandone immediatamente l’intelligibilità in senso discorsivo, o la portata in senso sociale ed etico. Certo, la liturgia trasmette anche delle informazioni in materia di dottrina e di etica, ma non è su questo piano che essa opera:

ogni rituale religioso è per essenza così pratico che si mostra sempre come finalizzato all’instaurazione o alla restaurazione di una comunicazione con Dio […] e questo per il semplice fatto che viene eseguito secondo le norme sociali di legittimità e di validità. Ogni rituale religioso ha quindi la pretesa di agire ex opere operato in qualche modo. Il fare ha la priorità sul dire; o meglio, ciò che viene realmente detto è ciò che si fa. Al punto che modalità espressiva è in questo caso più decisiva del “contenuto” di ciò che viene detto, dal momento che il contenuto dell’enunciato è largamente determinato dal contesto dell’enunciazione. Questo significa che il linguaggio rituale deve essere esaminato nell’ambito di una pragmatica e non soltanto di una semantica9.

Il rito funziona a prescindere dai significati, dalle spiegazioni, dai commenti perché l’azione liturgica è essenzialmente una pratica simbolica.

L’illusione è tanto più facile per noi occidentali, che con venticinque secoli di tradizione logocentrica fissiamo spontaneamente l’attenzione sulle idee evocate dal rito piuttosto che sul lavoro che esso effettua. Dobbiamo dunque disfarci di un a priori profondamente radicato nella nostra cultura per riconoscere che il rituale è per natura comportamentale più che mentale. Esso funziona a livello dei significanti e delle figure che esso forma, e non prioritariamente a livello dei significati e dei contenuti ideali. Del resto è per questo motivo che l’andamento dell’intonazione è spesso più incisivo in questo ambito del contenuto degli enunciati stessi. Non dite quello che fate, ma fate quello che dite, ecco la legge fondamentale della liturgia10.

1 DALLA PALMA, Sisto, Il teatro e gli orizzonti del sacro, Vita e Pensiero, Milano, 2001, p. 85.

2 HONORIUS AUGUSTODUNENSIS, Gemma animae, I, 83, coll. 570A – B, ripreso da Sicardo di Cremona, Mitrale seu De Officiis ecclesiasticis summa, col. 146B.

3 mi riferisco soprattutto all’esperienza dei grandi ricercatori teatrali del primo novecento come: Konstantin Stanislavskij, Vselovod Mejerchol’d, Evgenij Vachtangov, Jacques Copeau, Antonin Artaud; e del secondo novecento come: Living Thetatre, Jerzy Growtoski, Peter Brook, Tadeusz Kantor, Bob Wilson, l’Odin Teatret di Eugenio Barba.

4 ETELREDO DI RIELVAUX, Speculum charitatis, I, XXIII: PL 195, col. 571.

5 GROTOWSKI, Il Performer, “Teatro e Storia”, 4, 1988, p. 165.

6 CENTRO DI PASTORALE LITURGICA FRANCESE, Ars Celebrandi, Edizioni Qiqajon, 2008, p. 10.

7 la descrizione dettagliata di come i corpi si devono muovere sulla scena.

8 CENTRO DI PASTORALE LITURGICA FRANCESE, Ars Celebrandi, Edizioni Qiqajon, 2008, p. 12.

9 CHAUVET, Louis-Marie, Symbole et sacrement. Une relecture sacramentelle de l’existence chretienne, Cerf, Paris, 1987, pp. 333-334.

10 Ibi, p. 334.

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