Appunti per un’azione rituale efficace [seconda parte]

IL PERFORMER IN AZIONE

Illustrazione, contenuta nell'opuscolo di Pietro Cantore, che raffigura sette modi di pregare.
Illustrazione, contenuta nell’opuscolo di Pietro Cantore, che raffigura sette modi di pregare.

La liturgia è un rito codificato, composto da molteplici azioni efficaci interconnesse tra di loro che per trasmettere un determinato messaggio hanno bisogno di essere eseguite ordinatamente in un modo fissato e corretto. Ogni gesto liturgico andrebbe qualificato come efficace, quindi nessuna azione andrebbe tralasciata o svolta con leggerezza, perché si comprometterebbe l’intero messaggio del culto stesso. Per comunicare al meglio il significato dell’azione liturgica, non bisogna affidarsi allo spontaneismo o al naturalismo, ma occorre servirsi di azioni efficaci, quelle previste dalle rubriche, dunque è necessario seguire una tecnica precisa, una disciplina della voce e del gesto. Probabilmente lo scarso interesse di tanti preti verso la performance rituale è causata dal fatto che ad un grande numero di essi manca una solida formazione rituale, non tanto dal punto di vista teorico, ma da un punto di vista pratico e performativo in senso liturgico. Forse mancano dei maestri anziani che insegnino agli aspiranti sacerdoti come si celebra la Messa a livello fisico-corporeo.

La vita dei sacerdoti è per la maggior parte orientata alla comunicazione con il prossimo, è dunque fondamentale che prendano coscienza delle potenzialità espressive e comunicative del proprio corpo. Pensiamo innanzitutto all’uso della voce. Nell’esercizio del proprio ministero un sacerdote deve annunciare la buona novella, predicare la retta dottrina, pascere la comunità che gli è stata affidata, celebrare la liturgia, tutti compiti che richiedono un ampio e poderoso uso della voce, sarebbe dunque opportuno che nella formazione dei preti fosse compreso l’insegnamento della gestione della voce, della dizione, della lettura espressiva. Vi è poi la comunicazione corporea che è connessa principalmente alle azioni rituali che il prete è chiamato a compiere. Il sacerdote quando celebra è un performer rituale, è colui che con il suo corpo in movimento esprime il contenuto del rito. Il corpo è un linguaggio fondamentale, più delle stesse parole. A teatro, se non ci fosse la messa in scena dei corpi, il testo sarebbe morto; il gioco dei corpi fa vivere il testo e ne arricchisce la declamazione. Alla Santa Messa, dove ogni gesto assume un valore amplificato, il celebrante non può accostarsi con un atteggiamento sufficiente, improvvisato e sbadato, ma dovrebbe avere un atteggiamento preparato, controllato e studiato. Solo usando una determinata tecnica, la comunicazione corporea diviene più efficace, lo dice anche la Sacrosanctum concilium: «la tecnica umana è il mezzo sensibile attraverso il quale può essere raggiunto l’effetto teologale stabilito dalla Chiesa» (nr. 34). Per i sacerdoti celebranti la tecnica dovrebbe essere costituita dall’ossequio verso la tradizione della preghiera liturgica e dal rispetto delle rubriche.

Tanti registi del novecento teatrale hanno proposto il modello di lavoro dell’operaio esperto, dell’atleta o dell’artigiano ai loro attori con l’obiettivo di indicargli una tecnica per indagare le proprie potenzialità espressive, il controllo e la pulizia del gesto, la ricerca dell’efficacia dell’azione. Come un operaio esperto, un artigiano o un atleta, anche un attore dovrebbe compiere i gesti prescritti in modo ritmico eliminando quelli superflui e improduttivi; bilanciare il corpo individuando il giusto centro di gravità; resistere integralmente per tutto il tempo dell’azione. L’obiettivo da raggiungere è la danza, infatti il lavoro di un operaio esperto o un atleta ricordano una danza, una ritmica e armonica successione ordinata di gesti. Similmente anche il prete celebrante dovrebbe prendere come esempio il metodo di lavoro di un operaio, di un artigiano o di un’atleta al fine di comprendere quanto sia importante possedere una tecnica per esprimersi in modo mirato, efficace, chiaro e pulito. Il gesto rituale dunque necessità di essere svolto con particolare attenzione, non deve essere un gesto spontaneo, frettoloso, ma lento e grave, deve essere bello ed evocativo, senza scadere nella cerimonialità o nella leziosità. Ciò che definisce bene la bellezza di un gesto rituale è la giustezza e l’armonia, che si raggiunge attraverso la consapevolezza e il controllo dell’azione. Per questo motivo gli esempi presi dal mondo dell’arte o del lavoro sono calzanti. Anche Gesù stesso nel proprio lavoro di falegname avrà impiegato una tecnica, un ritmo armonico di gesti e movimenti, così come nella predicazione e nella preghiera. Nelle parabole, il Maestro, ha richiamato costantemente il lavoro umano come chiave per interpretare la realtà spirituale: il pastore, il medico, il seminatore, il servo, l’operaio, il mercante, il pescatore, il mietitore.

Il riferimento al mondo del lavoro proposto dai registi del novecento ai loro attori assomiglia agli argomenti utilizzati dal teologo parigino Pietro Cantore1 (1197) nel suo opuscolo sulla preghiera dove colui che prega viene definito un artigiano (artifex est orator) che sa maneggiare correttamente quegli «strumenti na­turali» che sono le membra del suo corpo, in relazione a quegli «strumenti artificiali» che gli uomini usano per coltivare la terra o tagliare la legna. Nell’illustrare le diverse modalità di preghiera, Pietro guarda con molto interesse i gesti del la­voro. Il confronto tra l’orante e l’artigiano tende ad attribuire al gesto tecnico, invocato a modello, un valore straordinario. La precisione con cui egli descrive nei dettagli ciascun gesto della preghiera discende dall’idea originaria che questi gesti siano delle «tecniche del corpo» le quali, a guisa di utensili, hanno una utilitas pratica: non soltanto essi «rappresen­tano» gli stati nascosti dell’anima, ma, nell’ottica della tradizione agostiniana, essi rendono più intenso l’affectus del fedele in pre­ghiera. Secondo Pietro il gesto riveste una particolare importanza nella preghiera: «il gesto del corpo è la testimonianza e la prova della devozione dello spirito. L’atteggiamento dell’uomo esteriore ci istruisce sull’umiltà e sul desiderio (affectus) dell’uo­mo interiore». Il trattato di Pietro Cantore dunque, con l’ausilio di immagini esplicative, vuole insegnare nei minimi dettagli i gesti della preghiera, vuole illustrare una tecnica del pregare. Nel medioevo abbiamo tanti esempi di opuscoli o trattati di questo genere e ciò evidenzia in primo luogo il fatto che la preghiera è percepita anche come un’esperienza corporale; in secondo luogo il riconoscimento del fatto che il corpo durante la preghiera deve essere disciplinato al fine di imprimere ed esprimere con efficacia i moti interiori dell’anima. Sono molteplici nella storia della Chiesa gli esempi di documenti che descrivono con accuratezza le posizioni e i gesti più degni di onorare le cose sacre, soprattutto in riferimento alla Santa Messa. Il domenicano Umberto di Romans, nel suo commentario alle costituzioni dell’ordine dei frati predicatori consacra tutto un capitolo all’azione liturgica dell’inchino, designando le varie tipologie di flessione del corpo, distinguendole per nome, individuando le circostanze nelle quali si effettuano, le funzioni e le forme in cui devono essere agite2. Un altro opuscolo, scritto tra il 1280 e il 1288, intitolato De modo orandi corporaliter sancti Dominici vuole spiegare nei dettagli i modi corporali della preghiera praticata da San Domenico affinché siano imitati nella vita spirituale del cristiano. Nel Chastoiement des Dames il poeta francese Roberto di Blois indica alle nobildonne laiche i gesti precisi che si devono compiere partecipando all’Eucaristia3. In particolare dal XIII al XVI secolo, la preoccupazione tutta scolastica per le definizioni e le distinzioni porta ad una massiccia codificazione e razionalizzazione della liturgia, per cui ogni gesto, ogni azione ed ogni movimento vengono elencati e descritti per essere compresi, rispettati ed eseguiti nel modo corretto4. Sono i gesti che i sacerdoti compiono durante la Santa Messa a catalizzare l’attenzione, poiché sono “un’arte della memoria” che hanno, insieme alle parole, il compito di ripresentare il mistero pasquale. Tutto questo ci fa capire come già nei secoli passati si richiamava all’importanza dell’esecuzione scrupolosa dei gesti rituali e all’efficacia dell’adozione di una precisa tecnica di preghiera per esprimere al meglio la realtà spirituale.

I padri del novecento teatrale ci insegnano che il performer deve lavorare su sé stesso, sulle azioni fisiche, sul corpo e sul movimento affinché la performance risulti efficace. La performance agìta, secondo il regista Ejzenštejn, deve innanzitutto suscitare in chi la esegue un certo stato d’animo emotivo elementare, ma deve anche creare un’emozione ed una risposta in chi vi assiste5. Un tale risultato si può raggiungere solo se, come suggerisce il regista Eugenio Barba, il performer agisce come un corpo-mente, nel senso che non deve eseguire l’azione in modo improvvisato, meccanico o automatico, ma integralmente presente nell’azione6. Di conseguenza la performance raggiunge i suoi obiettivi solo se il performer è preparato e prende coscienza di sé stesso, del proprio ruolo, del proprio corpo, delle proprie capacità espressive e comunicative. Quanto bisogno avrebbero tanti nostri preti di prendere coscienza del profondo significato delle azioni e dei gesti liturgici in modo tale da non renderli sciatti, improvvisati e inefficaci. Quanto bisogno avrebbero di adottare una tecnica e un’arte del celebrare. Tuttavia ai giorni nostri le liturgie cattoliche si sono impoverite e sono meno espressive, perché i “performer” hanno smesso credere nella forza e nell’energia della liturgia stessa, ovvero hanno smesso di guardare alla ritualità come azione efficace comunicativa. Il regista Antonin Artaud sostiene che l’azione efficace è quella in grado di colpire i sensi dello spettatore, il suo sistema nervoso, e provocargli delle reazioni emotive o fisiche7. È un gioco simbolico, in cui il performer compie un determinato gesto che lo spettatore interiorizza interpretandolo. Ma se l’efficacia dell’azione viene smorzata, allora lo spettatore rimane spiazzato, si rompe quel filo invisibile che collega il performer allo spettatore, svanisce la magia dello spettacolo o, liturgicamente parlando, viene meno il senso del sacro e del mistero.

Prendiamo per esempio la celebrazione di un matrimonio. Quante volte ci sarà capitato, nei momenti che dovrebbero essere i più solenni della cerimonia, lo scambio delle promesse e degli anelli, assistere alla patetica esibizione del prete che con il microfono in mano si sforza di essere simpatico lanciando battute ironiche e battiti di mani come fosse l’animatore di un villaggio turistico. Questo è il classico esempio in cui un’azione efficace, lo sposalizio, viene “sporcata” ed il suo sacro effetto viene smorzato. Gli esempi di come i preti trasformino un rito solenne come la Santa Messa, disseminato di azioni efficaci, in un gioco noioso e razionale potrebbero essere tanti. Ma alla fine che cosa rimane di tutte queste improvvisazioni improvvisate? Nulla, il loro ricordo svanisce come una stella cadente. Invece la Santa Messa celebrata secondo la consuetudine e la tradizione rimane impressa, non tanto perché è stata vista più volte, ma perché è un’azione efficace che, anche se venisse vista una sola volta nella vita, imprime nel fedele un preciso significato difficile da dimenticare.

Per questo motivo celebrare bene l’eucaristia è anche un grande atto di evangelizzazione. Dunque i performer che partecipano alla liturgia, il clero prima di tutto, ma anche i fedeli, se vogliono vivere delle esperienze evocative respirando a pieni polmoni il senso del sacro e del mistero, se desiderano volare alto ed assorbire l’intima natura del rito, devono attenersi scrupolosamente alle azioni rituali prescritte dall’ordo, dalla tradizione, dalle rubriche. Solo così vivranno intensamente e proficuamente i vari momenti della Messa.

1 Cfr. TREXLER, Richard, The Christian at Prayer: An Illustrated Prayer Manual Attributed to Peter the Chanter (d. 1197), Medieval & Renaissance Texts & Studies, Binghampton, 1987.

2 UMBERTO DI ROMANS, Expositio super constitutiones fratrum praedicatorum, in Opera omnia, ed. cit. II, pp.160-71 e p. 167.

3 ROBERTO, DI BLOIS, Le Chastoiement des Dames, ed. a cura di J. H. Fox, 1948, p. 145.

4 si veda ad esempio LOTARIO DI SEGNI, De sacro altaris mysterio, PL 217, col. 825D.

5 EJZENŠTEJN, Sergej, Il movimento espressivo, Marsilio, 1998, p. 208-209.

6 BARBA, Eugenio, La canoa di carta. Trattato di Antropologia Teatrale, Il Mulino, Bologna, 1993, p. 172.

7 Cfr. ARTAUD, Antonin, Il teatro e il suo doppio, Einaudi, Torino, 2000.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...