Appunti per un’azione rituale efficace [terza parte]

L’AZIONE DEL PERFORMER

Dal palco - Performer

Il rischio più alto nell’agire un rito altamente codificato è quello di compiere le parole o i movimenti prescritti in modo automatico e meccanico, scadendo nel formalismo o nel rubricismo. In tal modo le azioni vengono ripetute in serie e appaiono vuote, senza contenuto e ciò lo si può notare dalla fretta e dalla imprecisione con cui vengono attuate. Per non correre questo pericolo il performer deve focalizzarsi sull’intenzione di ogni gesto che compie. Il gesto esteriore infatti deve essere animato da un’intenzione interiore. Solo compiendolo nella sua totalità, interiore ed esteriore, il gesto risulterà efficace. I registi teatrali hanno molto da dire in proposito. Per Stanislavskij l’azione reale, quella in cui l’attore è presente totalmente con la mente e con il corpo, è quella in cui la precisione del movimento si sposa con la giustificazione interiore del movimento stesso: «quello di cui abbiamo bisogno sono dei movimenti semplici, espressivi, giustificati dal contenuto interiore»1. Il grande regista russo scrive molte pagine polemiche contro la gestualità vuota, esteriore, esibizionistica e decorativa, tuttavia gli attori “plastici”, ovvero quelli che agiscono corpo-mente,

se analizzassero le loro sensazioni, scoprirebbero che la plasticità è come un energia che scaturisce dal profondo segreto del loro essere: attraversa tutto il corpo carica di emozioni, desideri e problemi che la spingono interiormente, a provocare questo o quel movimento. Energia, riscaldata dal sentimento, rafforzata dalla volontà e guidata dall’intelligenza che procede sicura e orgogliosa, incaricata di un’importante missione. Questa energia si manifesta solo in azioni coscienti, sentite, giustificate e funzionali, azioni che non possono assolutamente essere realizzate meccanicamente, ma solo in conformità all’impulso dell’animo2.

Per Mejerchol’d un buon attore deve agire con precisione e organicità, con il corpo e con la mente, esercitando un controllo totale. In merito alle attività di formazione degli attori dice: «dell’allenamento che coinvolge il corpo e non il cervello, non so che farmene […] A me non servono attori che sanno muoversi ma non sanno pensare»3. Secondo Jacques Copeau l’azione sincera è quella in cui la padronanza tecnica si unisce alla mobilitazione interna, riferendosi agli attori afferma: «bisogna che in loro ogni movimento si accompagni a uno stato di coscienza intima, propria del movimento compiuto»4. L’azione, dunque, per essere reale ed efficace non deve basarsi solamente sulla forma, ma anche sul contenuto.

Allo stesso modo nella preghiera liturgica occorre che al gesto esteriore corrisponda l’intenzione interiore. Il sacerdote o il fedele è chiamato a compiere ogni azione rituale animato da un sentimento interiore, un afflato spirituale dell’anima. Per fare questo è necessario un autocontrollo che deve vegliare allo stesso tempo sull’azione formale esterna e sull’intenzione interna. L’azione, l’intenzione e l’attenzione sono elementi interdipendenti e necessari affinché il gesto liturgico non si traduca in una vuota formalità ma in un gesto efficace, espressivo e comunicativo. L’azione chiama in causa il corpo, l’intenzione interpella l’anima, l’attenzione si rivolge alla mente. Nel compiere un gesto rituale il performer deve essere presente corpo-mente anima: interno ed esterno devono amalgamarsi. La pedagoga montessoriana Hélène Lubienska de Lenval afferma che il gesto liturgico richiede un equilibrio totale:

per poter penetrare intimamente la preghiera liturgica è necessario che impariamo a far nuovamente pregare il corpo. Ma è necessario apprendere una nuova “ascesi del gesto”: è necessario trovare equilibrio tra le varie parti che costituiscono la persona e la liturgia mira proprio a questo: la liturgia fa agire simultaneamente il corpo, l’anima e lo spirito […] Il gesto liturgico è ascesi, in senso stretto, e impone al corpo e all’anima atteggiamenti conformi alle esigenze dello spirito. Lungi dallo sminuire l’uomo, lo sviluppa, lo circonda di bellezza e gli fa gustare la pace5.

Secondo sant’Agostino nei gesti della preghiera l’essenziale è l’intenzione, infatti i movimenti del corpo si possono fare solo se un moto dell’anima li precede e viceversa il moto interiore che li produce è accresciuto dai movimenti esteriori6. Ugo di San Vittore afferma che un gesto disciplinato deve essere l’espressione di un anima virtuosa. L’uomo infatti, per agire efficacemente, deve mettere in atto una sorveglianza interiore dell’anima, ovvero un atto di ragione e di volontà affinché possa muovere ordinatamente le membra del corpo7. Secondo sant’Ambrogio «il movimento del corpo è la voce dello spirito»8. Tutto si gioca in questa intima connessione tra l’interno e l’esterno, tra corpo e anima, solo in tal modo il movimento sarà sincero eliminando ogni traccia di formalismo o meccanicismo.

Dal palco - Conclusione

CONCLUSIONE

La forza della liturgia sta nel custodire l’arte del gesto, esso è il linguaggio primordiale dell’uomo e della donna: lì dove la parola ammutisce di fronte all’Eterno, il gesto genera relazioni gravide di mistero. Il gesto liturgico ha il compito di farci uscire da noi stessi per incontrare Dio, nell’istante del suo agire per noi9.

Tutti i suggerimenti che ho dato in questo articolo al fine di vivere intensamente l’esperienza liturgica si riferiscono sommariamente al rispetto di un ordine, di regole, di partiture che tuttavia non devono essere viste come una limitazione della libertà personale, ma come un aiuto e un sostegno per comunicare efficacemente, verso se stessi e verso gli altri, attraverso il gesto liturgico. La liturgia è un atto comunicativo con degli obiettivi da raggiungere affinché il suo messaggio venga trasmesso al meglio. Solo rispettando scrupolosamente le indicazioni formali tali obiettivi saranno raggiunti ed il messaggio giungerà integralmente al destinatario.

Chi celebra la liturgia non sta celebrando un rito proprio, ma un’azione comune a tutta la Chiesa nella quale parole, simboli, gesti ed azioni sono condivise per trasmettere una dottrina universale, dunque il sacerdote deve mettersi al servizio della liturgia affinché essa trasmetta correttamente i messaggi che gli sono propri; così anche i fedeli, se vogliono partecipare intensamente alla liturgia assorbendo il messaggio salvifico di cui è portatrice, devono conformarsi e configurarsi in essa mettendo in atto una precisa modalità di preghiera liturgica. Il segreto per vivere bene la liturgia è in definitiva quello di rimanere fedeli alla tradizione rituale. Ciò non implica un scivolamento nel tradizionalismo, ma semplicemente si vuole intendere la necessità di mantenere vivo un determinato codice di espressioni e di gesti efficaci che ci è stato tramandato nei secoli dalla Chiesa affinché il messaggio salvifico di Cristo sia espresso in maniera completa e adeguata.

Sicuramente chi celebra secondo la forma ordinaria del rito romano è più esposto alla tentazione di celebrare e vivere la liturgia in modo più libero e creativo, poiché il Novus Ordo è stato predisposto con poche regole e rubriche proprio per facilitare un adattamento liturgico alle esigenze pastorali. Chi invece sperimenta la celebrazione secondo la forma straordinaria del rito romano troverà più facile e naturale mantenersi fedele alle rubriche e all’ordo anche se la tentazione di cadere nel formalismo è sempre dietro l’angolo. In ogni caso chi celebra una liturgia, qualunque sia la forma, deve sempre porre una particolare attenzione all’aspetto formale e gestuale animato da una profonda convinzione interiore.

Una rinnovata attenzione verso il gesto liturgico e verso il rispetto dell’ordo rituale non deve cadere nella ristrettezza di un approccio legalistico, giuridico e sanzionatorio che definisca la perfezione dell’atto liturgico in termini di validità sacramentale sulla base dei gesti compiuti o incompiuti. Per ottenere delle liturgie ben celebrate e comunicative occorre invece investire sulla formazione pratica, sull’educazione liturgica nei seminari e nei percorsi catechistici, instillando nelle giovani generazioni l’amore verso la bellezza del culto liturgico nella consapevolezza che «la migliore catechesi sull’Eucaristia è la stessa Eucaristia ben celebrata»10.

[FINE]

1 STANISLAVSKIJ, Konstantin Sergeevic, Il lavoro dell’attore su se stesso, Laterza, Bari, 1968, p. 419-420.

2 Ibi.

3 MEJERCHOL’D, Vsevolod Ėmil’evič, L’attore biomeccanico. Testi raccolti e presentati da N. Pesocinskij, Milano, Ubulibri, 1993, p. 12.

4 COPEAU, Jacques, Il luogo del teatro. Antologia degli scritti, La casa Usher, Firenze, 1988, p. 78.

5 LUBIENSKA DEL LENVAL, Hélèn, La liturgia del gesto, Edizioni Paoline, Catania, 1958, p. 82.

6 AGOSTINO, De cura pro mortuis gerenda, V: PL 40, col. 597.

7 UGO DI SAN VITTORE, De istitutione novitiorum, PL 176, coll. 925-952.

8 AMBROGIO, De officiis ministrorum, PL 16, coll. 48-49.

9 BALDACCI, Morena, Spazi, ritmi e stili del gesto liturgico, Rivista di Pastorale liturgica.

10 BENEDETTO XVI, Esortazione Apostolica Postsinodale Sacramentum Caritatis, 2007, n. 64.

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