Abbattere i muri

Come intrattenimento estivo propongo tre serie di immagini metaforiche della situazione ecclesiale post-moderna, particolarmente suggestive dal punto di vista tanto iconografico quanto simbolico. Il titolo è ironico e non vuole imputare nulla di quanto segue all’attuale Pontefice!

La prima serie comprende gli scatti di chiese incendiate.

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Tra i molti presenti in rete mi ha sempre incuriosito quello che presenta una chiesa in fiamme, col fumo che esce dalla torre campanaria e dal tetto, le mura e la facciata ancora intonse e i fedeli schierati sul sagrato per assistere allo spettacolo. L’ho sempre ritenuta una icona eloquente del cattolicesimo contemporaneo: in fiamme, invaso dal fumo di satana, devastato eccetto che nelle fondamenta, coi fedeli cacciati fuori eppur ancora vicini, desiderosi di scoprire il futuro della propria Chiesa.

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La seconda: celebrazioni tra le rovine. Fa da contraltare alla prima serie quella di sacerdoti che devotamente celebrano tra le rovine abbandonate di qualche chiesa. In questo senso sono parecchio suggestive le celebrazioni in Rito Antico: il contrasto che si crea tra la consumazione degli edifici e l’attenzione scrupolosa dei gesti liturgici è di forte impatto. Ricordano molto bene quale sia il cuore della comunità cristiana. Correggendo alcune canzonette abusive della liturgia anni settanta, l’alternativa non è tra una chiesa di persone e una chiesa di mattoni, ma tra una chiesa di adoratori che destinano il giusto spazio al culto divino e una chiesa confusa che non sa più cosa farci in chiesa (e anche fuori di essa a giudicare dallo smarrimento sociale e morale che ci circonda).

Le due immagini che suggerisco sono: la celebrazione del ‘49 a Kagasaki, tra i resti dello scempio bellico, culmine della rivoluzione rossa e dell’implosione razionalista moderna (è Fatima a collegare il ‘17 e le due Guerre).

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E la la Messa di fronte alle rovine di quella che era la Cattedrale cattolica di Edinburgo, saccheggiata durante la “Riforma” protestante nel 1560 e abbandonata fino a farla diventare un rudere. Inserisco il link al video oltre la foto.

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https://www.facebook.com/holyfamilymossend/videos/1852963048366134/

Da ultimo vengono le architetture contemporanee, fortemente ispirate al tema della distruzione. Qui a Brescia ne abbiamo una di recente erezione, lo Skyline18, che effettivamente richiama né più né meno i resti di un palazzo bombardato, privo di imposte e scoperchiato in cima.

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Divagazione a parte, l’artista da citare per la terza serie della nostra rassegna è Edoardo Tresoldi, che con le sue strutture metalliche semi-trasparenti è in grado di far rivivere l’immagine di antichi edifici ora demoliti, quali la di Basilica di Siponto.

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Sebbene a dirla tutta tali capolavori, piuttosto che far rivivere, consacrino l’estinzione definitiva di detti edifici, ridotti a un’evocazione e anzi dichiarati morti per sempre proprio per il fatto che il loro posto è ora occupato da altro.

Ma come commentare l’insieme? Della prima serie ho già detto che esprime bene lo stato di corruzione religiosa attuale – iniziato da lunga pezza – mentre lascia la speranza che le fondamenta siano salve e che prima o poi si possa ricominciare a costruire.

La seconda serie immortala la realizzazione del memoriale liturgico, e memoriale significa qualcosa di trascorso che ha però la forza di rivivere realmente e concretamente oggi per edificare il domani. Ciò avviene nella Liturgia per la potenza divina dello Spirito Santo ed è efficace in ogni cuore disposto ad accoglierne la Grazia.

La terza serie – dicevo –  serve solo a fare memoria, memoria dei muri andati, e memoria significa dedicarsi a un trascorso che non c’è più se non nella fantasia di chi lo rievoca.

Le guerre, gli incidenti, i terremoti – castighi divini o meno – producono le rovine: a noi scegliere se guardarle da spettatori attoniti, fossilizzarle artisticamente o farle rinascere partendo dal loro cuore: non spettacolo spaventevole o memoria culturale, ma autentico memoriale che ravviva.

FONTE

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