Conferenza sul miracolo di Loreto (2 di 3) Tesi ASBB

Nella serata dedicata al miracolo della Santa Casa di Loreto l’Amicizia San Benedetto Brixia è intervenuta con una tesi propria, letta da don Marco, in cui è stato spiegato il motivo per cui dedicare una serata a un simile tema.

Riportiamo il video e a seguire il testo dell’intervento.

 

LA TRADIZIONE DEL MIRACOLO LAURETANO
TERAPIA DI FEDE CATTOLICA

Siamo stati introdotti questa sera alla realtà misteriosa e affascinante della Sacra Reliquia custodita nella Basilica-Santuario di Loreto.

Il dott. Catani ha fin qui illustrato i caratteri generali di una meta devozionale tra le più importanti per la vita cristiana dal Medioevo fino al secolo scorso. Di essa il prof. Nicolini verrà a breve ad illustrare un aspetto specifico, inerente la traslazione della Casa nazaretana, e in particolare a lui lasceremo il compito di argomentare in favore della testi classica, quella sostenuta dal XIII secolo alla seconda metà del Novecento, che considerava cioè detta traslazione essere avvenuta miracolosamente per diretto trasporto angelico. Di contro la posizione critica negli ultimi quarant’anni ha sostenuto che fu una famiglia nobile ad operare il trasporto dell’edificio.

Nulla volendo anticipare e in nulla volendoci sostituire alla lezione del professor Nicolini, desideriamo però come Amicizia San Benedetto Brixia esprimere alcune considerazioni, atte a giustificare in modo più mirato il nostro interessamento a tale questione e le ragioni per le quali riteniamo di promuovere e far conoscere la devozione alla Santa Casa di Loreto e alle miracolose traslazioni angeliche.

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In primo luogo, la motivazione che ci ha indotti ad organizzare tale serata è che ascoltare e apprendere la lezione classica aiuta a restaurare una mentalità contemplativa e di rispetto della Tradizione. L’una e l’altra attitudine – contemplazione e rispetto per la Tradizione – vanno perdendosi nel clima culturale ed ecclesiale contemporaneo: la lettura critica in effetti inclina verso un certo disprezzo per il sentire tradizionale e inibisce in modo considerevole il senso misterico della Reliquia. Tale disprezzo non è apertamente affermato in linea generale, ma viene insinuato di fatto – al di là delle pie intenzioni dei critici – nel momento stesso in cui la testimonianza e la fede di centinaia e centinaia di cattolici nel tempo vengono bollate e liquidate sveltamente come “tradizione remota, di segno devoto e popolare” o quando si riduce la narrazione angelica ad un mero simbolo, cioè ad un racconto favolistico, metafora vaga di una non meglio precisata “assistenza dall’Alto”.[1]

Nella lettura critica anche il valore della trasmissione orale – fonte da cui abbiamo ricavato le maggiori testimonianze del trasporto angelico – è stimato in poco o nessun conto, il che rappresenta una posizione ermeneutica quantomeno opinabile ed ha inoltre per grave e deprecabile effetto di porre una disaffezione e uno iato nei confronti della pietà popolare e dello stesso popolo di fedeli che ci ha consegnato la santa Reliquia.

Il rischio per l’appunto è quello di venire a trattare i nostri padri nella fede come un gruppo di ingenui superstiziosi i quali, nonostante la propria ignoranza popolana e ruvidezza teologica, sarebbero riusciti in qualche modo a tramandarci uno dei monumenti più significativi della fede e della cultura europea.

E se così non fosse? Se i nostri avi avessero avuto ragioni solide, e ben più solide delle nostre, nel difendere le loro tesi miracolistiche? Se la grande devozione alla Santa Casa non si fosse sviluppata nonostante le visioni devozionali, ma al contrario le avesse conservate in quanto sorgenti di autentica pietà, e questo proprio in ragione dei fatti miracolosi che l’hanno vista pellegrinare fino in Italia? Se l’azione angelica nella Chiesa non fosse simbolo metaforico, bensì realtà storicamente operante? Se non fosse un errore ma un segno e un disegno della Divina Provvidenziale il fatto che la fama del santuario lauretano sia scaturita da una tradizione orale miracolistica?[2]

Ascolteremo dunque con grande interesse la posizione coraggiosa e documentata di Nicolini, anzitutto per render ragione in maniera più accorta delle testimonianze lauretane a noi pervenute nei secoli, e ancor più per tornare a valorizzare lo sguardo contemplativo del mistero e il senso di umiltà nella ricezione del deposito della fede dei nostri avi. Del resto il cattolicesimo riposa su di un tessuto tradizionale e non su di una documentazione critica.

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Lo ripetiamo – questo è infatti il secondo tema che ci sta a cuore –: il cattolicesimo riposa su di un tessuto tradizionale e non su di una documentazione critica. Per questo la nostra Amicizia nel suo piccolo opera per aiutare soci e simpatizzanti a riavvicinarsi a un concetto di Tradizione il più pieno e vivo possibile.

Ora conviene spiegarsi per esteso.

In che senso riteniamo che la soluzione della questione lauretana risulti strategica per la fede cattolica? Sappiamo bene che nell’indagine di questa sera è in oggetto un fatto puntuale e non il cuore della fede; d’altra parte è evidente che oggidì la facilità con cui si liquidano, si giudicano e si dimenticano le tradizioni popolari e miracolistiche – peraltro sovente supportate da dichiarazioni pontificie e usi liturgici, il che le rende eminenti – si connette fortemente alla facilità con cui si trascurano, obliterano e superano le tradizioni fondamentali della fede nel campo dogmatico e morale.

Detto altrimenti: quale che sia l’oggetto in questione, si tratti del miracolo di Loreto o dei dogmi sacramentali, aleggia nel mondo cattolico un diffuso clima di sospetto nei confronti di ciò che è tradizionale, tale sospetto sembra dipendere più da una distorta forma mentis assunta dai fedeli anziché appoggiarsi e scaturire da ragioni valide ed obiettive.

E dunque, non si potrà certo asserire che il ripudio della tradizione miracolistica lauretana stia all’origine del ripudio della Tradizione ecclesiale, ma si dovrà riconoscere che lo sguardo cattolico tradizionale vive un medesimo tipo di crisi, sia quando si volge a fenomeni miracolosi quali gli eventi lauretani, sia quando si volge alle prospettive di vita e pensiero più radicali della fede cattolica. Se così è, allora un esercizio di recupero rispettoso dell’ottica tradizionale in un ambito pur marginale come quello della traslazione miracolosa, potrebbe avere il beneficio di restituire alla coscienza credente un rinnovato rapporto con il deposito della Tradizione nei suoi elementi più fondamentali e importanti. Guardare con rinnovato rispetto alla tradizione miracolistica lauretana ci aiuterà a ricalibrare un’autentica disposizione tradizionale nel nostro modo di intendere e vivere il cattolicesimo nella sua interezza.

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Prima di concludere ci sia concesso un ultimo approfondimento. Cosa intendiamo dire nello specifico quando ci riferiamo alla necessità di recuperare una prospettiva di vita, fede e pensiero tradizionale? In merito a ciò, faremo nostre le conclusioni del teologo Serafino Lanzetta, che ha ribadito tale concetto in più occasioni e in riferimento a differenti tematiche. Bastino due esempi.

In un primo caso il teologo ha espresso la propria tesi riferendosi al valore e senso da attribuire al Concilio Vaticano II, indicando appunto nella Tradizione la via moderata alternativa agli errori di chi imprudentemente esalta o denigra l’Assise romana:

Facilmente uno scorretto criterio ermeneutico sbilancia l’interpretazione, facendo risultare il Concilio o un errore o l’unica verità della fede. Ciò che solo può far da guida, nella comprensione del Vaticano II è l’intera Tradizione della Chiesa: il Vaticano II non è l’unico né l’ultimo concilio della Chiesa, ma un momento della sua storia.[3]

E così chiarisce che il posto di ogni evento ecclesiale, finanche dei vari concili ecumenici, è all’interno della Tradizione, unico alveo capace di giustificare pienamente e rettamente interpretare le espressioni storiche della Chiesa.

Un secondo esempio è stato offerto da un recente commento relativo alla portata di Humanae Vitae e, a ruota, degli altri documenti pontifici:

Non è un mistero che coloro che sono a lavoro per seppellire definitivamente Humanae vitae gioiscono alla promulgazione di Amoris laetitia, come se fosse stato finalmente colmato il vuoto dell’amore nell’insegnamento della Chiesa. Un certo sforzo teologico attuale mira a superare Humanae vitae con Amoris laetitia in modo che questo recente insegnamento di papa Francesco sull’amore nella famiglia sia direttamente legato a Gaudium et spes senza nessun riferimento ad Humanae vitae e a Casti connubii. La tentazione di isolare il Vaticano II rispetto all’intera tradizione della Chiesa è ancora forte. Ma come alla “sola coscienza”, così accade anche a un singolo documento del magistero come Gaudium et spes e Amoris laetitia. Nessun documento può essere letto alla luce di se stesso, ma solo alla luce dell’ininterrotta tradizione della Chiesa.[4]

Dal che risulta che l’interezza del deposito della fede, si tratti di Sacre Scritture, Magistero o anche – aggiungiamo noi – elementi liturgici, miracolistici e pietistici, tutto trova il suo equilibrio e il suo significato luminoso se e solo se compreso e letto all’interno del flusso ininterrotto della Tradizione.

Non ci dilungheremo oltre e ci scusiamo per il tempo sottratto, sebbene fosse in qualche modo doveroso che l’Amicizia San Benedetto Brixia si spendesse in questo contributo, conformemente ai propri Statuti e alle finalità della propria missione, già ricordate più sopra.

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Possa un autentico sentimento di fede cattolica riabilitarci ad accogliere in pienezza il deposito della fede nella sua continuità e intergralità tradizionale e possa tale sguardo renderci meno scettici e più accoglienti davanti ai grandi miracoli che Dio nella sua Provvidenza ha attuato nella storia: quello della traslazione angelica della dimora nazaretana e quello della incarnazione del Verbo Divino che chiama a conversione ancora oggi la sua Chiesa e l’intera umanità sempre più annebbiata dal peccato.

[1] G. Santarelli, Loreto. L’altra metà di Nazaret, Edizioni Terra Santa, Gravellona Toce (VB) 2016, 12.

[2] Addirittura qualora fosse fermamente provata l’insostenibilità della tesi miracolistica, meriterebbe una riflessione accorta il fatto che Dio si sia voluto servire di pii errori per difendere la fede, e congiuntamente il fatto che la chiarezza scientifica applicata al credere si stia accompagnando con una turbolenta crisi della religione cattolica.

[3] S. M. Lanzetta, Vaticano II. Un concilio pastorale, Cantagalli, Siena 2014, 74-75.

[4] Id., Alle radici della presente crisi della Chiesa, in http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2018/10/05/la-malattia-della-chiesa-si-chiama-post-modernismo-la-diagnosi-di-un-teologo/.

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