Fatima e il santo Natale

Vado concludendo la lettura de “Il segreto di Benedetto XVI” (A. Socci, Rizzoli, Milano 2018, pp. 184-185) e mi soffermo su di una considerazione che, alla vigilia del Santo Natale, assume un aroma del tutto unico:

“La Madonna, con le apparizioni di Fatima, scende sulla Terra prendendo come interlocutori tre bambini cristiani di un remoto villaggio del Portogallo. La Regina dei profeti entra nella storia del Novecento chiedendo l’aiuto di tre bambini – nientemeno – per salvare l’umanità”. Quindi Socci prosegue citando un brano della sua stessa indagine fatimita: “Così i piccoli e i semplici salvano il mondo, all’insaputa dei giornali, degli intellettuali e delle cancellerie” (Il quarto segreto di Fatima, Rizzoli, Milano 2006, p. 183).

Il mistero del Bambino di Natale non è un mistero di tenerezza, almeno non nel senso morbido dei dolciumi tradizionali, è un mistero di redenzione e di compartecipazione. L’innocenza primordiale del Bambinello ci salva; la purezza dei redenti compartecipa alla salvezza; il cristiano è dunque chiamato a testimoniare quotidianamente questo mistero e a viverlo nella propria carne.

Così si illumina di significato puntuale la successione delle memorie liturgiche dei giorni successivi: la solennità del Santo Natale sfocia nella festa del Protomartire Stefano per poi sostare sulla memoria dei Santi Innocenti martiri.

Non la sdolcinatezza ma la volontà di “ottenere la conversione per i peccatori” che poi significa voler “salvare il mondo” (Ibidem) fonda la realtà dell’Incarnazione e ne detta le condizioni di attualità per chi oggi voglia ancora commemorarla.

Gli altri, coloro che non accettano di essere associati a tale mistero, evidentemente non la commemorano: la consumano. E forse questo è il senso più deteriore del consumismo neo-pagano. Non tanto la frenesia della corsa ai doni – essi, se ben compresi, possono al contrario manifestare, per quanto in superficie, la letizia che scaturisce dalla grotta di Betlemme – quanto l’apostasia dall’imperativo soteriologico (il comandamento amoroso a farci salvatori sulle orme del Salvatore) è ciò che più deve allertare.

E per concludere, in questa luce si comprende la ragione che faceva del tempo di Avvento un periodo di penitenza, meno faticosa di quella quaresimale ma pur sempre esigente, al punto che nei secoli addietro l’Avvento era

“designato espressamente e consacrato con la penitenza come una seconda Quaresima, sebbene con minor rigore” (P. Gueranger, L’anno liturgico, vol. 1, Fede e Cultura, Verona 2016, p. 26)

Mi pare che proprio l’Avvento come occasione di penitenza andrebbe recuperato per aiutarci a vivere il Natale come un autentico tempo di Carità, mettendoci in condizione di vivere spiritualmente la tensione amorosa salvifica del Dio Incarnato. In alternativa teniamoci il consumismo dei neo-pagani o la corsa al volontariato post-socialista dei religiosi secolarizzanti: l’uno e l’altro affatto lontani dalla sconvolgente novità di Betlemme!

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