Anche noi siamo Hobbit

Mentre S.E. mons Chaput sceglie di parlare ai giovani riferendosi al capolavoro di Tolkien, anche noi raccogliamo la riflessione di un ragazzo legato ala Amicizia San Benedetto Brixia, ispirata al medesimo tema.

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ANCHE NOI SIAMO HOBBIT

Quando si parla del Signore degli Anelli, si fa riferimento a un fenomeno globale. Chiunque ha potuto leggere il libro o vedere, almeno una volta nella vita, i film di Peter Jackson. Nato nel corso del secolo scorso, l’universo di Arda, di cui il Signore degli Anelli è solo la punta dell’iceberg, offre una chiara e limpida immagine di quello che è il mondo in cui viviamo. Nello specifico le profonde analogie che legano i protagonisti dell’opera a noi, gente del XXI secolo, sono pressoché disarmanti.
Partendo da una visione d’insieme, le razze che popolano l’universo di Arda altro non sono che una sublimazione, o un’estremizzazione, delle capacità umane. I leggendari elfi, protagonisti indiscussi di un’altra opera tolkeniana, il Silmarillion, rappresentano le virtù elevate al massimo grado: una sorta di superuomini.
Controparte di questo enorme potenziale è l’arroganza smisurata, frutto della
consapevolezza della loro innata superiorità. Completamente opposti sono i nani, il popolo rachitico, come vengono chiamati all’inizio del Silmarillion proprio dagli stessi elfi. Essi sono l’esatto opposto: rappresentazione della praticità, del materialismo, lavorano la pietra (proprio dalla pietra sono nati). Un materialismo portato allo stremo, che in taluni casi spinge a una vita d’isolamento pressoché totale, alla costante ricerca di sempre maggiori ricchezze fini a sé stesse.

Se questi due popoli, uniti agli uomini, sono la rappresentazione dell’animo dell’essere umano, l’esatto contrario sono gli orchi. Questi, per definizione, nascono come oltraggio, una caricatura dei bellissimi elfi, che il signore del male crea. Ne è un esempio il linguaggio: Tolkien, in una delle sue lettere, parlerà del lingua degli orchi, dicendo come lo avesse creato con suoni per certi versi opposti, storpiati, e di come richiamasse la lingua elfica, ma rovinata e distrutta nelle sue armoniosità (il concetto, appunto, di caricatura).

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Ancora mancano i cari hobbit. Per definire gli hobbit, l’autore diceva semplicemente che erano il riflesso di se stesso. La semplicità, la vita ritirata, l’amore per la campagna sono alcuni tratti caratteristici del professore inglese. Ha destinato per sé una sorta di posto d’onore, un marchio ancora più personale in un’opera che di personale ha già molto.
Seppur definiti l’alter ego dell’autore, gli hobbit sono un popolo dalle grandissime potenzialità, nascoste sotto determinate caratteristiche che solitamente passano in secondo piano, e che, a mio avviso, avvicina moltissimo noi a loro più di
quanto si creda. Lo hobbit è per definizione una creatura estremamente abitudinaria.  Vive immersa nel proprio piccolo mondo, che a ragione lo si può assimilare alle realtà di paesello di campagna. Al centro della sua vita sta il lavoro agricolo, e uno dei punti maggiori aggregazione è la locanda (Il drago verde di Hobbville, il villaggio di Frodo
Baggins).Questa dimensione quotidiana è gelosamente custodita, e tutto ciò che potrebbe
turbarla viene sistematicamente ignorato. Giungono si notizie dall’esterno, alcune buone, altre meno, ma comunque tutte vengono etichettate come “guai”, ed è bene tenersene lontani e non invischiarsi. “Non andare in cerca di guai, e i guai non verranno da te”, è una frase gli hobbit ripetono un paio di volte nel film, e riflette alla perfezione l’attitudine di questo piccolo popolo delle campagne. Ebbene, è su questo aspetto che voglio invitare a riflettere. Si perché, dopotutto, la grande società globalizzata, volta alla creazione del cittadino del mondo, ha prodotto in realtà l’opposto, individui
non tanto differenti dai cari hobbit, e questo è a dir poco paradossale.

Questa apertura al mondo ha posto all’attenzione di tutti eventi di grandissima portata, che spaziano dalle guerre, ai mercati, alle battaglie ideologiche all’ambiente e così via. Tutto ciò ha in parte creato negli individui una maggior consapevolezza, ma per lo più questa visione degli eventi ha fatto ripiegare le persone all’interno della propria Contea, un piccolo spazio sicuro dove i grandi problemi del mondo non sono contemplati.

E’ difficile prevedere le reazioni dei singoli difronte a fatti come i massacri di civili in
Medioriente o altri fatti simili. Mettendo da parte la comune indignazione, ciò che resta si può dividere essenzialmente in tre atteggiamenti: azione, indifferenza e chiusura. L’azione è ad appannaggio di pochi, mentre ai più si addicono le due rimanenti, entrambe frutto di un potente senso di inutilità che invade il singolo, posto di fronte alla soverchiante mole di problemi apparentemente irrisolvibili. Basta guardare fenomeni come il disinteresse per la politica. Si ha un ambiente tacciato come sistematicamente corrotto, nel quale a nulla vale l’opinione del singolo cittadino. Vi regna ormai una sfiducia atavica, e la bassissima percentuale di partecipazione di giovani alla vita politica ne è una prova. Lo stesso vale per le guerre, che in maniera preoccupante stanno riaffiorando ai margini del continente, se non nella stessa Europa (il timore che le braci dell’est riprendano vita è molto più che una paranoia).

La consapevolezza che nulla dipende dal singolo, lo portano a fuggire da tutto ciò, a ritagliarsi una dimensione serena, quotidiana, che chiude fuori dalla porta le grandi questioni, lasciando gli altri, i diretti interessati, ad affrontare a turno i propri orchi o i cavalieri neri. In questo gli hobbit e i contemporanei sono speculari, entrambi intimoriti, entrambi che hanno fatto dell’ignoranza il loro meccanismo di difesa: basti pensare che nel momento in cui Frodo e gli altri hobbit tornano nella Contea al termine della loro
avventura, praticamente nessuno sapeva che c’era stata una guerra. Allo stesso modo, quante persone non sono a conoscenza di ciò che accade in casa propria e nella propria nazione… Ci si limita a voci, ai discorsi che si fanno, tra una pinta di birra e l’altra, ai tavoli del Drago Verde. E tutto muore lì.

Non è un quadro, insomma, che potremmo definire incoraggiante. Eppure, chi salverà le
genti dell’ovest da Sauron, l’oscuro signore, giunge proprio da qui. A riportare la vittoria
finale sul male non sono stati potenti eserciti o eroi leggendari. Sono stati due hobbit. Un orfano e il suo giardiniere. Mentre l’attenzione di tutti era rivolta ai campi di battaglia,  Frodo e Sam, passo dopo passo, all’insaputa di molti, arrivano, insieme, a gettare l’anello nel monte Fato. Anche in questo gli hobbit ci sono maestri, e a noi toccherà imitarli. Ovviamente non si parla di gettare anelli in montagne di fuoco, ma di prendere coraggio, lasciare il proprio cantuccio, partire, e affrontare la propria Mordor, la propria
oscurità.

Ognuno dovrebbe fare una parte del proprio viaggio con questi due hobbit, per imparare da loro, dai loro gesti, dalla loro avventura. Bisogna mettersi in cammino per Mordor (e ora è più necessario che mai, perché le nubi del male si addensano sempre di più) per riscoprire i propri limiti, diventare più consapevoli, ma non meno coraggiosi.

Per ritrovare il valore dell’amicizia (ognuno di noi dovrebbe avere al proprio fianco un Sam, oppure esserlo a sua volta!). Un’amicizia che non  può essere idilliaca, ma vera e fedele. Per riscoprire il valore dell’altruismo, perché ricordiamoci che gli hobbit partono per salvare la Contea, finendo per salvare anche tutta la Terra di Mezzo. L’immensa gioia di saper donare gratuitamente, senza chiedere nulla in cambio, dando contro a un mondo che dà pure alle persone un valore monetario. A nessuno è richiesto di risolvere i grandi problemi del mondo, ma come cita una canzone, un uomo nuovo è un nuovo inizio. E’ grazie ai piccoli hobbit che Sauron è stato sconfitto. Sarà anche grazie al loro esempio che impareremo a combattere le nostre ombre. Dopotutto siamo fortunati: abbiamo una grande Luce che ci guida: Mordor non trionferà.

Tommaso L.

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