La Chiesa che può essere creduta è linguaggio

L’essere che può essere compreso è linguaggio

Celebre è la citazione del filosofo tedesco H. G. Gadamer, indiscusso capofila della corrente ermeneutica, al cui studio dobbiamo appunto delle riflessioni di altissimo livello circa il rapporto tra l’Essere e il Linguaggio.

Quanto la dimensione linguistica influisce sulla nostra comprensione del Linguaggio? E’ possibile incontrare l’Essere al di là o attraverso il mezzo linguistico? Quali linguaggi ci consentono di riconoscerci al cospetto dell’Essere?

Senza volerci addentrare in simili disquisizioni, saremmo però ingenui nel ritenere che simili provocazioni culturali non abbiano toccato la vita della Chiesa.

Quanto l’abbiano toccata l’ebbe chiaro Romano Amerio, che per questo decise di aprire il proprio capolavoro, Iota Unum, con la celeberrima “monizione al lettore”:

Non esiste una pluralità di chiavi (come dicesi oggi) con cui si possa leggere questo libro… Il lettore non voglia cercarne un altro.

A dire che la sfida lanciata dall’ermeneutica – comunque la si voglia intendere – è penetrante e trasversale.

Chiarirsi alcuni dati e insomma anche solo prender consapevolezza della parabola che l’istanza ermeneutica va disegnando nel cammino recente della Chiesa, è cosa che potrebbe tornarci utile.

Indicherò un pugno di passaggi ed eviterò qualsiasi commento. In ciò facendo mia l’istanza che fu prima di Pindaro e poi di Vico – per citare due autori su molti -: lasciare all’evolversi della Storia l’arduo giudizio sui terribili fatti presenti.

A costo di semplificare, credo che le Colonne d’Ercole della temerità, attraverso le quali si è affacciata la sfida linguistica nella Chiesa contemporanea, siano state due: il modernismo e la Nouvelle Théologie. Entrambi i fenomeni si caratterizzano per una novità di contenuti e di espressioni, di interessi e di approcci da far intendere che qualche grosso cambio di passo stava avendo luogo nel pensare dei cattolici.

Sono noti gli esiti: condannato formalmente il primo; contenuta a fatica fino al Concilio la seconda. Oggi nei seminari, i docenti che si riconoscono nella Nouvelle semplicemente negano l’adeguatezza del termine e ricusano l’etichetta. Del resto, avendo data per spacciata tutta la teologia precedente, la loro prospettiva ha gioco facile nel presentarsi come l’unica e sola, non certo la nuova.

Il documento più interessante, giusto per fornire una citazione concreta, strattonato a più non posso dai teologi fino ad oggi, è certamente la Gaudium et Spes. Riguardo a tale Costituzione Pastorale unanime è il giudizio: essa porta in sé una commistione di linguaggi, antico e nuovo, classico e moderno, tali da rendere difficile una soluzione interpretativa del documento. E infatti, se unanime è il giudizio, equivoca spesso è l’interpretazione e insoddisfatto il commento: chi tira da un lato e chi dall’altro, chi biasima la confusione apportata dal moderno e chi deplora la pesantezza implicata dalle espressioni classiche.

O’Malley nel suo studio sul Concilio, ha peraltro puntualizzato e chiarito la questione. Essa si estende ben oltre il caso Gaudium et Spes e tocca l’intera Assise romana. Il Vaticano II, sostiene O’Malley, è il primo evento in cui la Chiesa abbia abbandonato il suo plurisecolare linguaggio assertivo e giudiziario per venire ad utilizzare un registro parenetico, cioè esortativo. L’auspicio del Papa bergamasco, di rinnovare la pastorale senza mutare la dottrina, pare sia stato in buona parte attuato proprio col passaggio alla parenesi.

Di qui la fluttuazione linguistica che connota tutto il Magistero post-vaticansecondista. Una fluttuazione che tende a muovere da un piano linguistico a uno ontologico-dottrinale. Prova ne sono quei documenti, dalla Humanae Vitae alla Dominus Iesus, nei quali le circostanze hanno richiesto un uso netto di un linguaggio giuridico e assertivo, e che perciò sono stati recepiti da una grande parte del cattolicesimo come fossero corpi estranei alla vita della Chiesa, echi di un passato quasi dimenticato, veri e propri errori di percorso.

Il pontificato di Francesco ha dato certo un’ulteriore spinta a tale moto, che mi pare di poter individuare almeno a tre livelli.

Il primo livello è quello inaugurato da Amoris Laetitia e poi assunto a paradigma in scritti ulteriori, quali Gaudete et Exultate: citare autori classici e brani di Magistero, ma farlo in modo distorto, decontestualizzato, lacunoso e insomma strumentale. Quale sarà il peso di simili citazioni? Vanno lette nel contesto di partenza e nella loro interezza originaria? Assumono nuovo valore nel nuovo Documento che viene a farle proprie?

Il secondo livello è quello di Christus Vivit, l’Esortazione rivolta ai giovani che si appropria del linguaggio dei giovani. Per cui troviamo raccomandazioni a che “la Chiesa non sia troppo concentrata su se stessa” e “ascolti di più”: espressioni assurde se intese in senso teologico classico. I commentatori del Documento asseriscono senza batter ciglio essere questo il senso del testo: un’alternanza tra espressioni teologiche e voci dei giovani. Non è chiaro poi se le espressioni teologiche siano di stampo classico o moderno o entrambi. La confusione insomma sale vertiginosamente.

Il terzo livello è raggiunto – per ora solo in un testo preparatorio – dal Documento sul Sinodo dell’Amazzonia, dove eresia e apostasia – per citare il card. Brandmuller – hanno fatto definitivamente capolino nei paragrafi.

Sarà curioso vedere fin dove si spingerà la Catholica.

Una cosa è chiara: non si tratta SOLO di una questione di linguaggio. Forse proprio per questo, non sarà sufficiente ritornare a un uso assertivo del medesimo, anche se a chi scrive non pare essere un’idea tanto malsana.

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