Il miracolo della Pacha-mama

“Per fortuna” hanno ritrovate le statuine lanciate giorni fa nel Tevere. Un collega poche settimane fa mi disse che, secondo la sua opinione, “sono secoli che non si vede un miracolo”. Beh potrò affermare, con grande soddisfazione, che ora un miracolo si è visto, ed è la “pesca miracolosa” delle statuette della Pachamama dalle acque del fiume.

Ironia a parte, la notizia del ritrovamento fa parte della dibattuta questione sul ruolo che queste statuette hanno in rapporto al Sinodo, in particolare il loro utilizzo in celebrazioni paraliturgiche che, di liturgico, non hanno praticamente nulla. Il pontefice ha oggi chiesto “perdono alle persone che si sono sentite offese da questo gesto (il lancio dei manufatti nel fiume)”, e onestamente mi trovo d’accordo con queste parole… se fossi dalla parte degli indigeni. Mi spiego meglio. Posso immaginare che per queste persone, giunte da una parte remota del mondo, vedere che le statue che venerano sono oggetto di un simile destino, possa lasciare il segno. E qui chiudo. Perché è tutto il resto che non quadra.            

Sono molto efficaci le parole del cardinale Gerhard Müller: “Il grande errore è stato quello di portare gli idoli nella chiesa, non di metterli fuori, perché secondo la Legge di Dio stesso l’idolatria è un peccato grave e non deve essere confuso con la Liturgia cristiana”. Il problema va cercato a monte quindi, soprattutto nelle alte gerarchie vaticane. Mi addolora dirlo, ma purtroppo la verità non si può tacere. E’ inutile scusarsi per un gesto definito “vandalico” e perpetrato “probabilmente da ultra conservatori”, come l’illuminante Messaggero ci suggerisce sapientemente. La responsabilità è di chi ha lasciato che quegli idoli (è veramente difficile definirli in altro modo) entrassero in chiesa e fossero adorati come tali. Inutile negare anche questo punto, perché i video registrati nelle scorse settimane mostrano una realtà ben precisa: persone che pregano e cantano celebrando tali statuette e altri simboli, mentre il tabernacolo, scrigno della vera presenza di Cristo, viene vergognosamente ignorato. Difronte a un simile spettacolo è impossibile rimanere indifferenti. Il gesto del lancio delle statue resta discutibile da un punto di vista umano, per una pura questione di rispetto; ma rimane indubbiamente un sacrosanto gesto di difesa di tutti quei cattolici che ancora guardano al tabernacolo come unica e vera soluzione a tutti i mali che affliggono la Chiesa e il mondo. L’indignazione cresce, poiché è sempre più chiara la linea di demarcazione che divide il popolo cattolico, in particolare sulle linee d’azione per contrastare la crisi del nostro tempo. La Chiesa oggi ha una tendenza che, inutile dirlo, spaventa molto, perché dietro alle parole “dialogo”, “apertura”, “confronto”, si nasconde il fatto che si stanno svendendo la dottrina e la tradizione della fede. Ecco che il rito viene depauperato in nome di un maggior coinvolgimento del popolo, che, di conseguenza, ha dimenticato che la messa è una celebrazione in onore e per il Signore, non un’ora di comunità per passare la domenica mattina. Degli insegnamenti dottrinali vengono tolti gli aspetti più rigidi o duri, nel senso che la verità di certi insegnamenti è taciuta per non urtare una platea che, di colpo, è formata da infanti a cui è meglio non parlare di cose brutte e cattive come inferno o morte, o difficoltose, come il celibato. Questa è una grave mancanza che mutila la verità, e a rimetterci sono le anime, che non sanno ormai più che cosa sia la verità.

L’altra corrente invece, comunemente definita “tradizionalista” si aggrappa alla tradizione e alla dottrina come fonte di verità alla quale attingere sempre nel corso della storia. Banalmente parlando: se una certa dottrina e insegnamento del Vangelo ha prodotto tanti santi, vuol dire che qualcosa di buono contiene. Perché la verità è da affermare, non da nascondere. Quando ci si rompe il tubo del lavandino in cucina si può far finta di niente e chiudere l’armadietto, ma tanto il problema si ripresenterà in breve tempo. Altrimenti si può chiamare qualcuno o provare ad aggiustarlo. E’ una cosa più impegnativa, certo, ma almeno si risolve il problema. Le grandi “aperture” che si discutono nel Sinodo sono spesso citate all’insegna del dialogo. Ma dialogare non significa cedere terreno. Due persone di opposte visioni possono dialogare a lungo senza però cedere sulle proprie posizioni. Questo preclude un sano dialogo e un mutuo arricchimento? Assolutamente no.

Molti, troppi cattolici sono stanchi di cedere terreno. Il lancio dei manufatti nel fiume è un gesto che riflette questa stanchezza. E altre azioni giungeranno (pacifiche, sia ben inteso, ma decise), perché la verità non si può tacere. Una possibile contromossa potrebbe essere moltiplicare le statuine in modo tale che sia molto più difficile eliminarle tutte. Così potrei avere una scusa per rinfacciare al mio collega che “la moltiplicazione delle Pachamama” è il secondo miracolo che si è visto in questi ultimi secoli.

26-10-2019 Tommaso

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