Coronavirus: risposta alla meditazione dell’Osservatorio

Come eco alla riflessione da noi pubblicata sull’Osservatorio, è giunta la riflessione che volentieri riportiamo qui di seguito, senz’altro commentare.


Caro don Marco,

ho apprezzato la tua riflessione sul Coronavirus. Mi permetto di aggiungere due piccole chiose.

La tua conclusione è perfetta:

“Dal Covid-19 ci rialzeremo sicuramente, come da ogni epidemia passata, dall’ignoranza religiosa invece no, se non decidiamo di farlo intenzionalmente, in caso contrario le conseguenze politiche e individuali sarebbero nefaste”.

Mi viene in mente la bellissima enciclica Acerbo nimis tutta dedicata ai danni dell’ignoranza religiosa:

“A Noi, Venerabili fratelli, checché sia di altre cagioni, sembra di preferenza dover convenire con coloro che la radice precipua dell’odierno rilassamento e quasi insensibilità degli animi e dei gravissimi mali che quindi si derivano, ripongono nell’ignoranza delle cose divine. Il che risponde pienamente a quello che Dio stesso affermò pel profeta Osea: «… E non è scienza di Dio sulla terra. La maledizione, la menzogna, e l’omicidio, e il furto, e l’adulterio dilagarono, e il sangue toccò il sangue. Perciò piangerà la terra e verrà meno chiunque abita in essa» (Os. IV, 1 ss.)”

e questo brano di Marcel De Corte (qui) tratto da “LE TRASFORMAZIONI DELL’UOMO CONTEMPORANEO”:

Ma la causa più profonda delle malefiche trasformazioni della vita contemporanea ci sembra d’ordine politico. Che non tutto possa andar bene, d’accordo; che l’uomo invecchi, d’accordo; che le civiltà siano mortali, è evidente.

Resta il fatto che una buona politica può proteggere indefinitamente contro l’usura del tempo e le tempeste dell’esistenza quell’insieme di preziosi imponderabili che si chiamano civiltà; può armonizzare la tradizione con i cambiamenti inevitabili nel corso della storia umana. La vita è essenzialmente un movimento costante verso l’unità, la morte invece è movimento verso la dispersione.

Una buona politica deve vigilare continuamente, senza tregua, su questa duplice tendenza, e favorire con tutte le forze il mantenimento dell’unità organica. Tra i cambiamenti della società, deve effettuare una scelta, adattando all’unità i mutamenti idonei a consolidarla, e sanzionando quelli che invece la compromettono. È suo diritto, ed è anche suo dovere.

La politica, oggi, ha misconosciuto questa missione.

Se la civiltà ellenica e cristiana, che è la nostra, manifesta dei segni pericolosi di stanchezza e di declino, lo deve ad una politica di divisione e di morte. E la causa fondamentale delle trasformazioni della vita e degli scismi odierni è, secondo noi, la democrazia delle masse prevalsa da due secoli. Le democrazie locali, ristrette, sono regimi agevoli e benefici, perché l’attività dei cittadini vi si dispiega nei limiti dell’esperienza concreta che essi hanno degli uomini e delle cose di cui decidono; perché intelligenza, sentimenti e anima restano in contatto con la realtà che abbracciano in modo vitale, e che permette di discernere immediatamente il vero dal falso.

La democrazia più estesa, al contrario, provoca una scissione profonda, una incurabile ferita nell’anima umana. Attribuisce al cittadino una competenza che sorpassa continuamente i limiti della sua conoscenza effettiva, e che non è sostenuta da alcun legame vivo con la realtà; caccia in esilio le minoranze creatrici, delle quali le democrazie ristrette riconoscono spontaneamente la presenza, e delle quali controllano l’azione, e le sostituisce con altre minoranze che s’impongono con il sofisma dell’ideologia e con la violenza della passione; separa l’uomo dal reale e lo proietta nell’immaginario.

La democrazia delle grandi masse e delle grandi estensioni territoriali spezza in questo modo i rapporti reali che uniscono l’uomo alla natura, ai suoi simili, a Dio, e spezza l’uomo stesso trasformandolo in un essere ibrido nel quale si giustappongono un angelo irreale e un animale reale. Le sue istituzioni influenzano la vita moderna in tutti i settori, e sconvolgono le superstiti democrazie ristrette, votandole alla distruzione.

Dappertutto è visibile la sua evoluzione verso il “mostro” universale, verso il Leviàtan: la crepa nella volta dell’edificio politico lo farà crollare.

Ne nasce una prima conclusione, implacabile; se la politica non si rimette in carreggiata, la civiltà moderna farà l’ultimo e decisivo passo avanti, la morte.

Non è una prospettiva assurda, questo destino non ci attende dal di fuori, ma è in noi.

Le civiltà non muoiono sotto l’urto di barbarie esterne, ma sotto l’influenza della decomposizione interna che si chiama barbarie dell’anima. Barbaro significa straniero, e barbarie dell’anima è proprio l’introduzione in noi d’un elemento disumano che fa esplodere i limiti dell’umano.

Ne viene anche una seconda conclusione.

L’esperienza bimillenaria dell’umanità dimostra che l’elemento disumano che distrugge l’uomo può essere vinto solo da un elemento divino.

In altre parole, la salvezza della civiltà si fonda soltanto su un ritorno ad una politica naturale e ad una religione soprannaturale.

Altro tuo passaggio chiave:

“Se rispondiamo essere lo Stato, allora è legittimo che esso misconosca la qualità eminente del fenomeno religioso rispetto a quelli culturali, ludici e sportivi. Tale tesi però è universalmente riconosciuta come una tesi politica propria dell’ateismo nelle sue differenti declinazioni. Parliamo in tal caso di stato laicista.

Se invece cerchiamo un ulteriore fondamento e riconosciamo che la divinità precede e fonda lo Stato, allora siamo in una visione politica religiosa, tipica appunto di uno Stato che si riconosce non assoluto e sempre inferiore al senso religioso del reale”.

E qui i nodi vengono al pettine. Ti ricordi che Fontana ci diceva giustamente che lo Stato, la politica è autonoma ma non indipendente? Allora come considerare questa  situazione considerando la Lettera ai cattolici cinesi di Benedetto XVI che cita per intero il § 76 della Gaudium et Spes, che stabilisce: « Nel proprio campo, la comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l’una dall’altra. Però tutte e due, sebbene a titolo diverso, sono al servizio della vocazione personale e sociale dei medesimi uomini. Esse svolgeranno questo loro servizio a vantaggio di tutti in maniera tanto più efficace quanto meglio entrambe coltivano una sana collaborazione tra di loro, considerando anche le circostanze di luogo e di tempo ».

Questo è il vero busillis da cui scaturisce la supinità dei nostri Pastori

Andrea

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...